
La ristorazione italiana e' sempre piu' multietnica. Ogni anno chiude il 20% di pubblici esercizi

La ristorazione italiana e' sempre piu' multietnica. Ogni anno chiude il 20% di pubblici esercizi

Il 50% degli italiani ne e' goloso, il 30% non ne mangia affatto e il 20% non le ritiene apprezzabili al gusto: le lumache tornano ad affascinare le tavole. In Italia si stima muovano un giro d'affari di oltre 200 milioni di euro. La tendenza emerge da un'analisi della Cia-Confederazione italiana agricoltori. “Il vero boom della lumaca è riconducibile agli anni ’70. In gran parte dell’Europa esplose una vera moda gastronomica, spinta dal fascino tutto francese delle famose escargot. Allora, si resero necessarie delle normative per vietarne la raccolta naturale e favorire così la creazione di allevamenti. Oggi, le chiocciole, come vengono comunemente chiamate in Italia, tornano prepotentemente ad affascinare le tavole e si scopre che il 50 per cento degli italiani ne è goloso”. “Sostanzialmente, le lumache mettono d’accordo la metà degli italiani. Rimaniamo – scrive l’agenzia ilvelino - forti importatori, dei circa 365 mila quintali, consumati dagli italiani ogni anno, più di 240 mila giungono dall’estero. Il segmento produttivo in Italia è comunque vivace, gli allevamenti, infatti, sono più di 6 mila per una superficie che copre oltre 7 mila 500 ettari. Intorno all’affare lumaca girano in Italia, ogni anno, più di 200 milioni di euro. L’elicicoltura mondiale produce, invece, più di 6 mila 200 tonnellate di lumache”. “Il prezzo al consumo praticato dagli allevamenti italiani - spiega la Cia - è compreso in una forbice che va dagli 8 ai 13 euro per chilo. Una vera prelibatezza a prezzi accessibili, anche in considerazione che il prodotto viene venduto pronto per la cucina. Ma la lumaca è molto presente e lavorata anche nell’industria di trasformazione, dove è proposta sui mercati in conserve. In estate -continua la Cia - si succedono, su tutto il territorio nazionale, sagre e feste incentrate sulla degustazione della lumaca. Questo ha indubbiamente promosso e valorizzato la loro conoscenza e il relativo consumo. I bambini sono i consumatori più scettici, ma dai 5-6 anni in su, forse stimolati dalle curiose tecniche per riuscire a mangiarle, iniziano ad apprezzarle. Un attento monitoraggio del territorio - prosegue la Cia - ha messo in evidenza come in alcune aree del Paese la popolazione naturale di lumache sia ridotta ai minimi termini. Ancora molto presenti in Abruzzo e Umbria, le lumache sono, sostanzialmente, sparite in gran parte del Lazio. Si renderanno necessari -spiega la Cia- degli studi approfonditi per comprenderne le cause. Tale situazione -conclude la Cia- ripropone il grande tema della difesa e tutela delle biodiversità, fortemente minata dalle attuali logiche e scelte che risultano distanti dal rispetto della natura e dei suoi elementi di equilibrio”.
Nella foto,tratta dal sito dell’Unione cuochi del Friuli, un piatto di lumache alla bourgugnone.
Prezzi in picchiata per le uve italiane: la diminuzione si attesta in media sul -10% sul 2008, con punte fino a -50%. Non procede, dunque, sotto i migliori auspici la vendemmia nel Belpaese, da più parti già avviata, e per il settore si prospetta un momento difficile. Lo scrive Winenews che intervista anche Emilio Pedron. “Di solito - spiega, amministratore delegato del Gruppo Italiano Vini - si è pagato di più le uve che non il vino finito. Quest’anno sta accadendo l’opposto e questo denota la difficoltà e il pessimismo con cui gli operatori stanno affrontando il difficile momento. I prezzi delle uve scendono in maniera variabile: per esempio, il prezzo delle uve del Bardolino calerà meno del 10%, quello delle uve della Valpolicella molto di più.” I prezzi delle uve sono segnalati in calo generalizzato un po’ in tutta Italia e, come elemento di ulteriore criticità, sembrerebbe in atto un deciso ridimensionamento, se non una scomparsa, della domanda dai soggetti che abitualmente hanno animato il mercato delle uve.
Assoeneologi, da parte sua, ha fornito ieri alcuni dati sugli incrementi maggiori nella produzione vitivinicola 2009.Gli incrementi si sono registrati – sottolinea Assoenologi - in Piemonte, Campania e Sardegna, mentre le regioni piu' deficitarie risultano le Marche, l'Abruzzo e la Puglia. Il Veneto, con 8,1 milioni di ettolitri, si conferma per il terzo anno consecutivo la regione piu' produttiva, seguita in classifica da Emilia Romagna (6,6 ettolitri), Puglia (6,2 ettolitri) e Sicilia (6,1 ettolitri). Insieme, queste quattro regioni, producono quasi il 60% di tutto il vino italiano.
LO STUDIO INTEGRALE DI ASSOENOLOGI.pdf
Non sono confortanti i dati diffusi dall'Italian Wine & Food Institute sulle esportazioni di vino delle aziende italiane verso gli Usa. Nel primo semestre del 2009, a segnare il trend positivo sono solo le importazioni statunitensi che registrano un + 22% in quantità a discapito di una riduzione del 13,1% in valore. E la motivazione di questa inversione di marcia nel mercato vinicolo è da attribuire sempre a lei: la crisi. "L'aumento delle importazioni di vini sfusi dall'Australia, dal Cile e dall'Argentina - ha rilevato il presidente dell' Italian Wine & Food Institute, Lucio Caputo - è uno dei fattori di maggior rilievo che si sta verificando sul mercato vinicolo americano che non trova riscontro nella passata storia delle importazioni vinicole americane e che potrà notevolmente influire sul futuro andamento e sulla composizione del mercato vinicolo statunitense". I prezzi all'origine sono di circa mezzo dollaro, contro un prezzo medio di $3,74 al litro dei vini imbottigliati. Lo confermano i prezzi medi all'origine dei vini importati nei primi sei mesi del 2009 che sono stati: di $8,45 per i vini francesi (contro $11,26 del periodo gennaio-giugno 2008); di $4,77 per i vini italiani (contro $5,41); di $2,58 per i vini argentini (contro $2,55); di $2,22 per i vini australiani (contro $3,53); e di $1,95 per i vini cileni (contro $3,30). Per quanto concerne i singoli paesi, l'Australia continua a detenere la sua posizione di leader, superando l'Italia di circa 262.170 ettolitri, mentre il Cile, l'Argentina e la Nuova Zelanda, a differenza dei paesi europei, continuano a migliorare le loro posizioni, con aumenti che vanno dal 19,5% della Nuova Zelanda al 31,2% dell'Argentina ed al 138,8% del Cile. In particolare, le importazioni di vini italiani, sempre nel primo semestre dell'anno, sono ammontate a 979.700 ettolitri per un valore di 466,92 milioni di dollari contro 1.063.770 ettolitri e 575,92 milioni di dollari del corrispondente periodo del 2008, con una diminuzione del 7,9% in quantità e del 18,9% in valore. Quest'ultimo dato, sottolinea Caputo, conferma che da una parte si è cominciato a ridurre i prezzi dei vini italiani esportati negli USA e che, al contempo, sono stati importati vini più commerciali e di più basso costo.(Fonte: NewsItaliaPress)

Hanno pagato il conto (10.800 euro) in contanti con banconote da 500 euro e poi hanno lasciato la sorprendente mancia "per i camerieri, perché siamo stati davvero bene". I generosi avventori erano russi. Hanno bevuto due bottiglie di Chateau Petrus del '92 e del '96. I fortunati camerieri sono quelli del Cinqualino Beach in provincia di Massa Carrara.
La notizia, data per prima della Nazione di ieri nell'edizione di Viareggio, oggi è stata ripresa dal Corriere della Sera.

lnizia la vendemmia nel Chianti. Il vino sarà buono e abbondante. Ma non si sa dove metterlo. Le cantine sono ingolfate dalle vecchie vendemmie perché i produttori non si rassegnano a svendere un vino il cui prezzo è crollato. Preferiscono aspettare tempi migliori. Si fanno anticipare i soldi dalle banche per «stivare» la nuova produzione. E pazientano. E' quanto scrive in un documentato articolo sull'edizione fiorentina di Repubblica Maurizio Bologni. "Nelle cantine del Chianti Classico - precisa il giornalista - giacciono 540.000 ettolitri di vino (+6% rispetto all´anno passato), pari a due annate di produzione, corrispondenti a 70 milioni di bottiglie. La quantità di giacenza del Chianti sarebbe invece analoga a quella di un anno fa, ma a fronte di una minor produzione del 10% (100.000 ettolitri in meno) della vendemmia 2008. E questi sono i dati ufficiali, forniti dai due Consorzi del Chianti e del Chianti Classico, dati più «dolci» di quelli che circolano ufficiosamente." Secondo Repubblica, il prezzo, offerto ai produttori dall´imbottigliatore, in poco più di un anno sarebbe sceso per il Chianti Classico da 300 euro a 130 euro ad ettolitro, quello del Chianti da 130-140 a 70 euro ad ettolitro. «Si va da 150 euro ad ettolitro ad un massimo di 200-220 euro, 130 euro può essere un caso limite» alza l´asticella Marco Pallanti, presidente del Consorzio del Chianti Classico. «Il prezzo è intorno ai 100 euro ad ettolitro, di sicuro chi produce non riesce a far pari» corregge il direttore generale del Chianti Paolo Lazzeri. Ma a fronte del calo di prezzo alla produzione, il costo della bottiglia negli scaffali appare invariato. Perché i produttori resistono e non svendono.

Se volete un viaggio da Guinness dei primati e volete sentirvi ad un passo dal cielo o nell’albergo costruito in più tempo, date un’occhiata agli hotel “più” in giro per il mondo. La classifica è stata stilata dal giornale francese Liberation e ripresa in Italia da Blitzquotidiano.it, forse il miglior aggregatore di notizie sul web italiano. Vi ripropongo l’articolo:
L’hotel più alto del mondo: il Burj Al Arab, a Dubaï (Emirati Arabi), è alto 321 metri. Ha una “flotta” di Rolls Royce, un eliporto ed è uno dei più esclusivi del pianeta. L’hotel più grande del mondo per numero di camere: è il Palazzo Resort Hotel & Casino - Las Vegas (Stati Uniti), con 8.108 camere! All’interno potrete trovare un concessionario Lamborghini e, ovviamente, un mega-casinò. L’hotel più vecchio del mondo è l’Hoshi Ryokan, a Komatsu (Giappone), costruito nel 718 e gestito dalla stessa famiglia da 46 generazioni! È dotato di cento camere. L’hotel più costoso del mondo è la Villa royale, al Grand Resort Lagonissi di Atene (Grecia). Al prezzo di 40 mila euro per notte avrete a disposizione maggiordomo, chef e pianista personale. (Nella foto in alto, la sala da pranzo di una suite.) L’hotel che è costato di più per la sua costruzione è l’Emirates Palace di Abu Dhabi (Emirati Arabi): lavori pagati più di tre miliardi di euro. All’interno mille lampadari in cristallo Swarovski. La camera d’hotel più grande del mondo è la Suite royale dell’hotel Grand Hills, a Broummana (Libano): è grande più di ottomila metri quadri, con due piscine all’interno. L’hotel più freddo del mondo è l’Icehotel, a Jukkasjarvi (Svezia). La temperatura, nelle camere, è compresa tra i -5 e i -8°C ed è possibile degustare il proprio cocktail in bicchieri di ghiaccio. L’hotel situato nel posto più alto del mondo è l’Hotel Everest View, in Népal, che sorge a più di quattromila metri di altezza. Si può accedere alla struttura unicamente in elicottero. L’hotel più ecologico del mondo è il Daintree Eco Lodge & Spa, nel Queensland (Australia). Immerso nella foresta tropicale è dotato di quindici villette in pieno contatto con la natura. Elettricità fornita da pannelli solari, utilizzo di lampade a basso consumo, raccolta differenziata e riciclaggio dei rifiuti gli sono valsi il titolo di “Leading Eco Lodge of the World”.

Una scoperta avvenuta per caso nell’Ager Falernum fa rivivere lo straordinario territorio tanto amato e considerato dai Romani. Da uno di questi terrazzamenti antichi, alle pendici del Massico, proviene una delle più interessanti scoperte archeologiche degli ultimi tempi che ha restituito le tracce fossili di un vigneto risalente all’età imperiale romana. La scoperta (leggiamo dal sito ilmezzogiorno.net) è avvenuta dopo i lavori di sbancamento per la costruzione della strada Panoramica del piccolo borgo di Falciano del Massico e ha permesso di individuare una serie di sulci (filari), in cui dovevano essere sistemate le viti per la produzione del Falerno. All’interno dei solchi, al momento della scoperta, furono rinvenuti esclusivamente frammenti di ceramica fine di produzione africana, tipica del mondo imperiale romano. La scoperta conferma ulteriormente quanto scrivevano Okinio, Marziale, Orazio e Cicerone che tessevano le lodi del Falerno.
I risultati dello studio e delle analisi saranno presentati venerdì 25 settembre al Museo di Mondragone (ore 18,30) diretto dall’archeologo Luigi Crimaco in un seminario promosso da Agrisviluppo, la società di promozione della Camera di Commercio di Caserta presieduta da Giuseppe Falco. I lavori saranno coordinati dal giornalista Luciano Pignataro.

Sei italiani su dieci rientrano dalla meta di vacanza con un prodotto alimentare tipico come souvenir. Lo dimostra il sondaggio on line condotto dal sito www.coldiretti.it dal quale risulta che, nonostante la situazione di crisi, appena il 12 % dei vacanzieri ha rinunciato ai "ricordi" della vacanza. Il prodotto alimentare caratteristico del territorio come vino, formaggio, olio di oliva, salumi o conserve e' stato il piu' gettonato con il 58 %, ma apprezzati sono stati anche i prodotti artigianali locali con il 25 % mentre in calo sono i ricordi piu' commerciali come cartoline, gadget e magliette che sono stati acquistati solo dal 5 % dei turisti. La tendenza a fare spese utili ha dunque favorito, sottolinea l'associazione, l'acquisto come ricordo nei luoghi di vacanza dei prodotti alimentari tipici da consumare al ritorno a casa con parenti e amici. Dalla mozzarella di bufala in Campania al formaggio Asiago in Veneto, dal pecorino della Sardegna al prosciutto San Daniele nelle montagne del Friuli, dal vino Barolo del Piemonte alla Fontina in Valle d'Aosta, dal limoncello campano al Caciocavallo del Molise, spiega la Coldiretti, sono alcuni dei souvenir piu' richiesti dai turisti per portare un ricordo ''appetitoso'' dei luoghi di vacanza. Una tendenza in rapido sviluppo favorita, continua l'associazione, dal moltiplicarsi delle occasioni di valorizzazione dei prodotti locali che si e' verificata nei principali luoghi di villeggiatura, con percorsi enogastronomici, citta' del gusto, feste e sagre di ogni tipo. ''Il turismo enogastronomico - ricorda la Coldiretti - vale 5 miliardi e si conferma il vero motore della vacanza Made in Italy''. Ma la vera novita' dell'estate 2009 e' stato pero' l'apertura in molte citta' e localita' turistiche dei marcati degli agricoltori di campagna amica organizzati dalla Coldiretti dove e' possibile fare acquisti di prodotti genuini direttamente dal campo alla tavola. Il prodotto tipico locale piace anche agli stranieri come dimostra una ricerca dell'Istituto Piepoli-Leonardo-Ice nella quale si evidenzia che a mantenere vivo il ricordo dell'Italia per quasi uno straniero su due (45% del campione) sono proprio il cibo e il vino Made in Italy. Ad esserne particolarmente attratti sono i cittadini svedesi e americani, mentre cinesi e russi preferiscono i prodotti della moda.

Sono almeno 125mila gli italiani che durante le vacanze sono state vittime di organizzazioni turistiche truffaldine. Il dato è stato fornito ieri da Telefono Blu che da giugno a metà agosto ha ricevuto 23 mila richieste di aiuto. Di che si tratta? ce lo racconta un documentato articolo della Stampa di oggi che vale la pena leggere. Eccolo.
Il disegno in alto è del sito asemitalia.org

Il vino non vi è piaciuto? è davvero imbevibile? oppure sa di tappo? mettetelo nel motore. Utilizzare il vino avanzato o andato a male per fare il pieno della propria auto e' infatti possibile In America, grazie al 'Microfueler' dell'azienda californiana E-Fuel, un 'distributore' casalingo di etanolo entrato da poco in produzione che consente risparmi-record sul carburante, visto che un litro di questo combustibile ecologico viene a costare appena 18 centesimi di euro. Nella foto i due inventori, fotografati sul sito genitornsviluppo. La macchina trasforma i rifiuti organici - compreso appunto vino, birra e tutti i sottoprodotti della vinificazione - in etanolo, biocombustibile gia' utilizzato per l'autotrazione in diversi Paesi del mondo come il Brasile, che lo produce massicciamente partendo dalla canna da zucchero, ma anche in Svezia. Il Microfueler e' costituito da due componenti, un apparato di distillazione collegato alla pompa e a un serbatoio, e un secondo serbatoio dove vengono inseriti i prodotti che l'impianto trasformera' in etanolo. A differenza dei metodi tradizionali di produzione di etanolo, il Microfuel non fa ricorso alla combustione ma a speciali tecnologie basate su microsensori e semiconduttori. Oltre a vino, birra e relativi residui delle rispettive produzioni, l'impianto puo' essere alimentato con scarti della lavorazione dello zucchero, nonche' materiale cellulosico e persino alghe. Il look e' proprio quello di una pompa di benzina, con cui ciascuno puo' fare comodamente rifornimento a casa propria. Oltre ai vantaggi ambientali e risparmi sul combustibile, il distributore casalingo di etanolo potrebbe consentire, se si diffondera' su arga scala, di ridurre i costi delle spese per le infrastrutture per la produzione e la distribuzione di etanolo. L'idea -è stato detto dagli inventori - potra' prendere piede anche perche' l'uso di sottoprodotti alimentari per la produzione di biocarburanti come l'etanolo e' giustificabile dal punto di vista etico, mentre l'utilizzo dei cereali (come avviene negli stessi Usa) per produrre etanolo e' stato al centro di polemiche anche da parte della Fao per i possibili rischi sulla sicurezza alimentare.
Saranno circa 213.000 i quintali di uva vendemmiata destinati a divenire Franciacorta (Chardonnay, Pinot Bianco e Pinot Nero). Questa la stima del Consorzio di Tutela, uno dei piu' importanti d'Italia. A causa del freddo durante la fioritura primaverile, quest'anno la produzione di grappoli si e' ridotta del 7-8% rispetto al solito. Una diminuzione che pero' - assicura il Consorzio - potra' portare ad un incremento della qualita', grazie anche alla riduzione delle rese del 5% decisa all'unanimita' dai soci del Consorzio.''Abbiamo deciso di diminuire le produzioni per ettaro'' spiega Maurizio Zanella, Presidente del Consorzio per la tutela del Franciacorta ''per garantire un livello altissimo: la maggiore concentrazione nell'uva rimasta fa quindi sperare in un risultato superiore in cantina, anche se e' ancora presto per dare giudizi definitivi sulla qualita'''. Sono circa 3.000 le persone impegnate in vigna per questa vendemmia. Dopo la sperimentazione dello scorso anno torna il Voucher, che consente alle aziende di assumere lavoratori stagionali con una procedura molto piu' snella e veloce; un anno fa il limite di spesa per i voucher, di ogni singola azienda, era di 10.000 euro, oggi eliminato. Con questo sistema, oltre a casalinghe, studenti e pensionati (italiani, comunitari o extracomunitari con regolare permesso di soggiorno), quest'anno il voucher puo' essere utilizzato per assumere anche lavoratori in cassa integrazione o in mobilita'.

Il caldo di questi ultimi giorni sta accelerando la vendemmia delle basi spumante, che entrerà nel pieno della raccolta a partire da lunedì prossimo. La raccolta delle uve registra un anticipo di dieci giorni rispetto al 2008; in generale si prevede un'ottima annata con un carico produttivo complessivo superiore del 5% rispetto allo scorso anno. L'argomento - come riferisce l'agenzia AdnKronos- è stato al centro dell'incontro di ieri alle Cantine Rotari. Il tradizionale appuntamento sulle previsioni della vendemmia è stato organizzato da Assoenologi in collaborazione con l'Istituto Agrario di San Michele all'Adige, impegnato in questi giorni nel monitoraggio di oltre settanta vigneti rappresentativi della provincia di Trento per fornire alle cantine e ai viticoltori interessati il consueto servizio di analisi prevendemmiale (www.iasma.it). (Nella foto una antica veduta dell'Istituto.)
''Sulla base dei campionamenti e dei rilievi effettuati nei vigneti - ha spiegato il presidente di Assoenologi, Fabio Toscana - la vendemmia 2009 si colloca in una situazione intermedia fra la scorsa annata ed il 2007. Si registra dunque, un anticipo di circa 10 giorni rispetto al 2008''. Anticipo legato ad un germogliamento precoce al quale ha fatto seguito un'annata regolare, che ha permesso l'equilibrio vegetativo dei vigneti, uve perfettamente sane ed indici di maturazione centrati con un'interessante equilibrio fra zuccheri ed acidità. Le previsioni sono quindi di un'ottima annata''.
A fine agosto si prevede l'inizio della vendemmia del Pinot grigio e dello Chardonnay da vino, per proseguire nella prima decade di settembre con la raccolta delle varieta' rosse di fondo valle, Merlot e Teroldego che già ora si presentano con colorazione completa ed intensa. Mentre in collina si andranno a raccogliere le varietà aromatiche, Mueller-Thurgau in particolare. Peraltro nella media ed alta collina la prerogativa di una maggiore escursione termica fra il giorno e la notte, mette al riparo da repentini cali di acidita'. Aspetto molto apprezzato alla luce di stagioni sempre piuù anticipate.

Shock al New York Times: il food critic è bulimico. In un libro di memorie da domani in libreria, il leggendario Frank Bruni, la cui forchetta per cinque anni ha decretato la vita o la morte di centinaia di ristoranti newyorchesi, ha fatto outing rivelando i suoi demoni interni e il suo più grande terrore: il cibo. La notizia, che riprendiamo dall'Ansa, è talmente clamorosa che se la cercate sui motori di ricerca specializzati troverete ben 155 link ad articoli di ieri dei quotidiani e dei siti americani. Un rapporto quindi di amore-odio durato per decenni fino a quando nel 2000 un Bruni in versione extralarge dopo un anno al seguito
della campagna elettorale di George W. Bush arrivò a Roma come
corrispondente del New York Times in Italia: ''L'Italia mi ha
guarito'', ha rivelato Bruni alla Abc News che lo ha intervistato
in vista dell'uscita di 'Born Round: The Secret History of a
Full Time Eater': ''Gli italiani non hanno le nostre porzioni
gigantesche. Mangiano con moderazione. Gli piace il cibo, ma
puntano alla qualita', non alla quantita''. E'
stata proprio l'esperienza italiana che ha permesso a Bruni di
sfidare la malattia e accettare nel 2004, al rientro a New York,
il lavoro di food critic, una posizione ambitissima ma
altrimenti impensabile per uno come lui che aveva cominciato a
ingozzarsi e vomitare quando ancora era sul seggiolone, che si
è messo a fare la dieta Atkins a otto anni (spezzando il cuore
alla nonna che cucinava la pasta fatta in casa) e che per tutto
il periodo all'università ha preso lassativi e anfetamine per
controllare il peso. Eroici digiuni seguiti da grandi abbuffate, diete di tutti i tipi, pillole messicane, episodi di sonnambulismo in cui svuotava nottetempo il frigorifero completavano il quadro: ''Il cibo mi ha levato anni di vita. Non sono stati anni
completamente vuoti, sono stati anni di impegno e di qualche
successo professionale. Ma anche anni in cui ho vissuto una vita
molto circoscritta, molto parziale', ha confessato Bruni che in
'Born Round' (nato rotondo) riconduce paradossalmente l'origine
dei suoi disordini alimentari alla famiglia italo-americana in
cui è cresciuto. Trattavano la cucina e il cibo come sport competitivi, una gara a chi si abbuffava di più, riassume il Washington Post nella recensione del libro di memorie (nella foto la copertina). L'uscita in piazza del critico, complice anche la perdita dell'anonimato dell'autore, ha indotto il New York Times a un cambio della guardia: alla fine di questa settimana Bruni
consegnera' il testimone della forchetta a Sam Sifton, attuale
capo della redazione cultura, le cui foto circolano liberamente
sul web. Per il quotidiano potrebbe esser la fine di un'era: la
tradizione del 'food critic' senza volto, gelosamente conservata
nel tempo con Craig Claiborne, Mimi Sheraton, Ruth Reichl,
William Grimes e infine Bruni non ha piu' ragione di essere
nell'era dei 'food network', dei mille blog gastronomici e di reality tv come 'Top Chef'.
IL POST SUL SOSTITUTO DI BRUNI (7 AGOSTO)

Il Credito emiliano - leggiamo dall'agenzia Il velino - ha deciso di erogare prestiti ai suoi clienti, accettando come pegno il Parmigiano Reggiano: si tratta di una pratica che gode in realtà di una esperienza di oltre cinquant’anni, ma che in tempi difficili come questi per gli imprenditori agricoli, in special modo, per vedersi erogati crediti bancari, rappresenta ossigeno puro per un settore che naviga in acque agitate. E se questa forma di sostegno valesse anche per il settore vitivinicolo, non risparmiato, anch’esso, dai problemi della crisi economica internazionale? Winenews lo ha chiesto a Gianni Zonin, in virtù della sua ‘doppia’ identità di produttore di vino fra i più importanti d’Italia e di uomo di banca di lungo corso. Il presidente del gruppo vitivinicolo di famiglia è anche presidente della Banca Popolare di Vicenza e della Cassa di risparmio di Prato, nonché ex presidente di Banca nuova ed ex vice-presidente della Banca nazionale del lavoro. “Anche la Banca popolare di Vicenza - spiega Gianni Zonin - ha fornito in passato questo speciale credito, non è un’invenzione recente. Si tratta piuttosto di un’attività che ha dietro di sé una storia almeno quarantennale. Quello che viene regolarmente fatto per il comparto dei formaggi - afferma - potrebbe essere un’ottima idea da trasferire anche nel modo del vino. Evidentemente per quei vini che permettano di ottenere le stesse garanzie dei formaggi a medio-lungo affinamento, quindi stiamo parlando dei vini pregiati che per legge devono sostare in cantina per alcuni anni, Barolo, Amarone della Valpolicella, Brunello di Montalcino, Chianti classico, solo per fare i nomi più noti”.
“Oltretutto - aggiunge Zonin - i consorzi di tutela potrebbero rappresentare un ulteriore garanzia per gli istituti di credito. C’è un caso che sarebbe di immediata fattibilità: sto parlando del ‘blocage’, operato dal consorzio del Chianti classico, che potrebbe rappresentare quel ‘deposito’ speciale a garanzia di crediti per i viticoltori chiantigiani, che, in questo periodo, trovano non poche difficoltà nella conduzione delle proprie imprese”. Il presidente Zonin suggerisce anche una ‘nuova primavera’ per “la cambiale agraria (un finanziamento a breve termine che la banca concede al cliente mediante sconto di cambiali agrarie emesse da quest’ultimo, finalizzate all’anticipo delle spese di conduzione dell’annata agraria o all’anticipo di capitali per il completamento del ciclo produttivo, ndr) un altro agevole metodo di accesso al credito, che, purtroppo, ha perso, negli ultimi tempi, la sua forza” e l’opportunità offerta dai “prestiti vendemmiali, - conclude Zonin - che permettono crediti particolari per provvedere all’acquisto delle uve dai viticoltori”.

Si allunga la lista dei prodotti italiani con indicazione geografica controllata (Igp) riconosciuti dall'Ue. Ieri la Commissione europea ha inserito nell'elenco dei prodotti Igp anche il salame marchigiano ''Ciauscolo'', appena sei mesi dopo la richiesta avanzata dai produttori italiani. La Commissione, sempre ieri, ha riconosciuto il pane spagnolo ''Pan de la Cruz de Ciudad Real'' (Igp) e la patata portoghese ''Batata dolce de Aljezur'' (Igp) come alimenti con indicazione geografica controllata. Salgono così a circa 850 i prodotti europei di cui viene certificata l'origine, l'indicazione geografica e la produzione tipica. Il ciaùscolo (o ciabuscolo) - leggiamo da Wikipedia - è un insaccato tipico delle Marche, in particolare nella zona dei Monti Sibillini. Di un invitante colore rosato è un salame spalmabile, costituito da polpa e grasso di maiale con l'aggiunta di sale e spezie e in alcuni rari casi, con l'aggiunta di vino cotto. L'etimologia del termine viene da alcuni fatta risalire al latino cibusculum ovvero piccolo cibo dal momento che questo gustoso salume viene spesso spalmato su piccole fette di pane ed il termine dialettale ciausculu, che sta ad indicare il budello gentile utilizzato appunto per gli insaccati, deriverebbe dal nome di questo salume; secondo altri, invece, sarebbe il contrario. La produzione di questo tipico salame marchigiano si attesta sulle 600 tonnellate l'anno.
Il vintage è di tendenza anche nelle scelte di bere. Al baretto e negli stabilimenti balneari si riscoprono spuma, gazzosa e in particolare il chinotto che, in questa estate nel segno della recessione, va per la maggiore. Il suo retrogusto amaricante piace perlopiù ai consumatori tra i 30 e 50 anni nostalgici della villeggiatura in Riviera, e anche ai gourmet. Ma il
chinotto, che in Italia muove un giro d'affari di oltre 60 milioni di euro (l'ultimo dato disponibile è di Assobibe del 2006), piace molto anche Oltreoceano, dove ha un target più giovane. Lo racconta, in un documentato lancio dell'agenzia Ansa, la giornalista Alessandra Moneti. La bibita d'antan tutta italiana ha iniziato lo sbarco in Nord America circa tre anni fa. Prima in Canada e poi negli Usa.Il cavallo di Troia per l'approdo del chinotto nella patria della Coca Cola, così come in Australia, racconta uno dei produttori presenti in Usa, Di Iorio, "èstata la comunita' degli italiani all'estero che hanno affermato l'italian way del bere naturale e retro'. Anche con bibite da noi ormai introvabili, come il rabarbaro bevanda gassata, negli States si e' affermata l'abitudine a bere questi soft drink col tricolore sul tappo. Nel nostro Paese, le vendite di chinotto hanno segnato quest'anno una tenuta, con punte di incremento per i mini-formato in vetro, in controtendenza con le altre bevande gassate'' che - secondo dati Assobibe - hanno iniziato a perdere colpi già dal 2006, quando registrarono una flessione del 3,1% rispetto all'anno precedente. A produrre chinotto in Italia sono appena una decina di
industriali delle acque minerali, tra piccole imprese e
multinazionali, mentre fino a un decennio fa i produttori erano una miriade, a distribuzione regionale. Tra questi: San Pellegrino, San Benedetto, Neri, Lurisia, Di Iorio e Abbondio. Al chinotto Gambero Rosso ha dedicato la copertina del numero di agosto (nella foto), ancora in edicola per qualche giorno, proponendo la degustazione dei migliori dieci sul mercato italiano.
Secondo gli ultimi dati di Beverfood, attualmente in Italia si consumano 6 litri pro-capite annui del binomio chinotto+spume, circa 5 litri di gazzose, 14 litri di aranciate e 26 litri di cole (Pepsi + Coca Cola). Le cole delle multinazionali sono i big per quota di mercato tra le bevande, con il 40% della Coca Cola (1.200 milioni di litri) e l'11% della Pepsi (330 milioni di litri). Un 16% di quota invece e' ripartito tra 115 aziende Pmi (480 milioni di litri) tra cui i produttori di chinotto.

Il New York Times diventa una enoteca? Perché la più illustre testata giornalistica americana entra in un business alternativo creando il 'club dei vini'? Sono alcune delle domande che si pone l'agenzia Ansa con un lancio di ieri sera che riferisce della novità annunciata dal gruppo editoriale americano. Contro il rosso versato a volontà sui libri dei conti dei quotidiani, il NYT fa uno sforzo di ricerca di introiti a tutto campo per un gruppo editoriale che in luglio ha registrato un calo del fatturato di oltre il 21 per cento e solo grazie a una vigorosa strategia di tagli è riuscito a tornare a galla. ''Siamo alla ricerca di nuove idee per dialogare con il pubblico'', ha spiegato Thomas Carley, vice-presidente della pianificazione strategica della New York Times Company, presentando il nuovo 'Wine Club' che offre ai soci selezioni di vini rari in abbonamento. La 'Old Gray Lady' non e' per la verità il solo quotidiano che si lancia nel settore del vino: ''Altre pubblicazioni lo hanno fatto, da Forbes al Wall Street Journal'', osservava ieri il quotidiano con malcelato imbarazzo in un articolo non firmato della sezione Business. Imbarazzante – secondo l'Ansa - anche il comunicato stampa che presenta l'iniziativa: ''Come i lettori si aspettano che il New York Times porti loro il meglio del giornalismo, gli entusiasti del vino siano certi che abbiamo scelto un'organizzazione capace di rendere il New York Times Wine Club la miglior esperienza possibile''. Due i livelli di prezzo: il 'Times Sampler', assaggio, a 90 dollari per sei bottiglie ''da tutti i giorni'', o il 'Times Reserve', riserva, 180 dollari per sei vini ''ideali da servire nelle grandi occasioni''. Potranno essere ordinati mensilmente o ogni due o tre mesi. Le bottiglie verranno selezionate direttamente alla fonte, andando a scovare piccoli produttori. Per evitare apparenze di conflitto di interesse, il 'Wine Club' operera' indipendentemente dai critici del New York Times o da altri membri della redazione, anche se ai soci verranno inviate ricette e link online ad altri servizi di enologia e cibo sul sito del quotidiano nytimes.com. Link che presumibilmente tra poco verranno cliccati a pagamento: di recente il giornale e' tornato a prendere in considerazione l'ipotesi di far pagare in tutto io in parte l'accesso al suo sito web

Non farsi riconoscere è uno dei must dei critici enogastronomici del New York Times, ma da ieri la foto di Sam Sifton gira di mail in mail. Sam è il nuovo critico dell’importante testata e diventerà di sicuro il più temuto. Pare che tra i ristoranti di Manhattan ci sia già chi trema al solo pensiero da quando ieri sera il New York Times ha annunciato che la sua rubrica gastronomica avrà un nuovo titolare e gli chef della Grande Mela si sentono come ragazzini alla vigilia di un esame. Il direttore del quotidiano, Bill Keller, ha annunciato ieri in un comunicato che Sam Sifton, 43 anni, capo delle pagine culturali del giornale, subentrerà a Frank Bruni come critico gastronomico. Stifton lavora al Times da sette anni ed ha già esercitato la mano, e il palato, scrivendo recensioni sui ristoranti più economici nell'edizione domenicale del giornale. New York è considerata la capitale gastronomica degli Stati Uniti e il New York Times, a torto o a ragione, è considerato

Il critico precedente – Frank Bruni – era temutissimo e non si faceva mai riconoscere, tanto da meritare anche divertenti “citazioni” come questa accanto.
Bruni aveva lasciato circa tre mesi fa.

Sul Gambero Rosso di agosto lunga intervista a Massimo Bottura che, quattro mesi dopo la bufera “Striscia la notizia” ci racconta cosa è rimasto di tutta quella vicenda. Durante l’intervista, Massimo - primo chef italiano nella top mondiale - ci ha detto anche chi sono secondo lui i più bravi cinque giovani cuochi in circolazione in Italia. Ecco il brano sull’argomento:
Lo afferma uno studio fatto a Firenze: un consumo regolare e moderato di vino rosso avrebbe effetti positivo sul sesso nelle donne, in particolare aumentando il desiderio. A dimostrarlo sono i ricercatori dell'università di Firenze guidati da Nicola Mondaini. Lo studio è stato pubblicato sull'ultimo numero della rivista Journal of Sexual Medicine. Era stato anche anticipato dal sito informazione.it da cui abbiamo tratto la foto a lato. I ricercatori italiani hanno studiato 798 donne di età compresa tra 18-50 anni che vivono nella zona del Chianti, in Toscana. Le partecipanti sono state divise in tre gruppi in base alle loro abitudini nel bere vino: il primo gruppo comprendeva donne che facevano un consumo moderato di vino rosso, uno o due bicchieri al giorno, il secondo gruppo era formato da donne astemie e il terzo gruppo da donne che fanno un consumo occasionale di vino rosso. A tutte le donne coinvolte nello studio è stato quindi chiesto di compilare un questionario sull'indice di funzionalità sessuale femminile (Fsfi).Secondo quanto riportato dai ricercatori, un consumo moderato e regolare di vino rosso è associato con punteggi più alti di Fsfi sia per il desiderio sessuale che per la lubrificazione vaginale e più in generale la funzionalità sessuale. Anche se gli stessi ricercatori avvertono che il risultato debba essere considerato con cautela, visto il numero contenuto di donne coinvolte, lo studio suggerisce una potenziale relazione tra consumo di vino e miglioramento dell'attività sessuale.
Finisce alla società Equitalia il cachet da 10 mila euro dello chef Gianfranco Vissani per una serata gastronomica svoltasi nel maggio scorso a Trieste. La storia è raccontata dal quotidiano "Il piccolo" di questa mattina. "Che l’ospitata a Trieste di Gianfranco Vissani - il noto chef protagonista della rassegna “Stelle sul territorio” organizzata nel maggio scorso all’Expo Mittelschool -, fosse costata alla Provincia 10 mila euro lo si sapeva," scrive il quotidiano. "Quel che non si sapeva, e si scopre solo adesso, è che il cachet pattuito non è stato versato sul conto corrente del famoso cuoco televisivo, bensì nelle casse della società di riscossione Equitalia di Terni. Una stranezza semplice da spiegare: il big della ristorazione italiana si è rivelato un contribuente non proprio modello." Il giornale infatti spiega che 
Nel numero in edicola del Gambero Rosso trovate alcuni suggerimenti per trascorrere le vacanze gomito a gomito con chi lavora per le eccellenze dell'enogastronomia italiana: raccogliere le pesche in Piemonte, fare formaggio nelle malghe alpine, produrre distillati e infusi nei conventi del sud Italia. Oppure imbarcarsi su piccoli pescherecci e vivere la dura giornata (e nottata) dei marinai. Proprio la domanda di vacanze di pescaturismo e ittiturismo è in crescita del 4%. Già nel 2008 aveva richiamato 200.000 vacanzieri. Lo rileva il Centro Studi di Lega Pesca, nel sottolineare che l'89% di chi ha fatto questa esperienza è pronto a ripeterla. Nel 74% dei casi, inoltre, a scegliere questo tipo di vacanza sono famiglie e gruppi di amici, mentre i
giovani, segmento in crescita, sono l'8%. La mappa messa a punto dall'associazione (sito www.ittiturismo.it) parla di realtà presenti in tutta Italia, dalla penisola sorrentina all'arcipelago toscano, dai paradisi delle Eolie e Egadi fino alle lagune venete. Una flotta di circa 500 imbarcazioni della piccola pesca costiera artigianale accoglie turisti pronti a vivere da protagonisti una battuta di pesca, il pescaturismo, o ad alloggiare nelle case dei borghi pescherecci, dove appunto è nato l'ittiturismo. Il costo medio del pernottamento è di 30 euro, che diventano 50 euro per una giornata, compreso pasto a bordo con pesce appena pescato cucinato dai pescatori secondo le
ricette della tradizione locale. ''Complice la crisi, con la tendenza a soggiorni brevi e a disertare le mete straniere, pescaturismo e ittiturismo rappresentano - dichiara Ettore
Iani', presidente Lega Pesca - la giusta risposta per tutti gli appassionati del mare che intendono risparmiare senza rinunciare al gusto di un'alimentazione di qualità, nel pieno rispetto
dell'ambiente''.

Meryl Streep al cinema interpetra la parte della grande cuoca. Gwyneth Paltrow pare sia una bravissima chef davvero, anche nella vita reale. Lo sostiene Chris Martin, leader dei Coldplay, suo marito. Per sapere se è davvero così, essendo difficile farci invitare a pranzo da lei, non ci resta che seguire le lezioni di cucina che da qualche tempo ci da dal suo portale Goop. Ogni giorno suggerisce come affrontare piccoli e grandi problemi della vita quotidiana di una donna qualcunque, non di una star del cinema. “Il mio portale – ha scritto - è una raccolta di esperienze di ciò che rende bella la vita. La mia vita è bella perché io non vivo passivamente. Amo viaggiare, cucinare, mangiare, prendermi cura del mio corpo e della mia mente, lavorare sodo.” E, come abbiamo capito, ama anche cucinare e mangiare bene.
LA SEZIONE RICETTE CON UN VIDEO NEL QUALE SPIEGA PASSO PASSO COME FARE
IL POST SUL FILM DI MERYL STREEP
E’ entrata in vigore a mezzanotte la Riforma
Come si suol dire, la concorrenza migliora l'offer...
noooooooooooo! vi prego!...
Auguri al "principe" del gusto.........
E' da un po' di tempo che cerco le vecchie edizion...
Nel Languedoc il pinot noir non esiste....