Tra le colline di Ramandolo, alla scoperta dei Colli Orientali del Friuli

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Lasciandosi alle spalle Udine, ci si ritrova alle pendici del monte Bernadia a Nimis, nella zona di produzione vinicola Colli Orientali Friuli: un anfiteatro di vigneti su colline terrazzate, opere umane e paesaggi da sogno.

Passeggiando tra i filari al primo sguardo diresti che è un luogo nato con il vino: reperti e carteggi scandiscono più di duemila anni di storia vinicola, a partire dai Celti, che cominciarono ad apprezzare la vite giunta da est. È una giornata grigia e la nebbia è bassa sulle colline. Questa non è la Carnia o il Carso, qui c’è la ponka, un terreno composto da marne e arenarie stratificate, che attrae gli enologi, perché dona ai vini mineralità e salinità. Si tratta di rilievi di altitudine compresa tra i 100 e i 350 metri, omogenei tanto per condizioni climatiche quanto per l’origine geologica.
È proprio questi terreni tra Nimis e Tercento che due vitigni autoctoni, Verduzzo Friulano e Picolit, hanno scelto scelto come dimora per dare vita a quello che un tempo era chiamato “l’oro del Friuli”: vini da meditazione serviti già nel quindicesimo secolo ai banchetti di Papa Gregorio XII durante il Concilio di Cividale. Varietà considerate “anacronistiche”, difficili da produrre e poco promosse dai media, che, grazie alla tenacia e alla passione dei vignaioli di queste zone, sono sopravvissuti all’oblio, giungendo oggi a essere rivalutate come si deve.
Tra i produttori più longevi, la cantina Dario Coos, in località Ramandolo. Un’attività che nasce nell’Ottocento quando la famiglia Coos comincia a produrre vino su questi terreni. Circa dieci ettari vitati (allevati a guyot), vendemmiati ancora a mano, del resto non potrebbe essere altrimenti fra queste strette terrazze. Nella produzione i vitigni autoctoni prevalgono, poiché come dicono i vignaioli da queste parti “ognuno ha l’uva che si merita”.
“Adottiamo una viticoltura convenzionale, ma l’attenzione nei confronti dell’ambiente e del nostro territorio è profonda, gestiamo le malerbe con metodi meccanici, consentendoci di eliminare totalmente disseccanti e diserbanti chimici”: esordisce l’enologo e responsabile dell’azienda, Matteo Longo. Al contempo in cantina, spiega, si lavora “alla borgognona”: si interviene sul vino il minimo indispensabile preservando la qualità dei mosti. Matteo è un giovane nato e cresciuto in queste zone; i suoi occhi brillano mentre descrivono il lavoro svolto. Senza presunzione e senza fanatismo, persone così parlano di rispetto e responsabilità dei tempi della natura e dell’ambiente circostante.
A Ramandolo è da tempo immemore che si appassiscono in modo naturale le uve e il microclima unico gioca un ruolo fondamentale per la produzione di vini dolci. Nonostante sia una zona vinicola fredda l’esposizione delle colline rivolte a sud tende a mitigare il clima, più mite rispetto al circondario. La Dario Coos, per beneficiare di queste particolari condizioni climatiche, ha deciso di creare due linee differenti di Verduzzo: la prima, che rappresenta anche la più semplice, si produce con vinificazione in acciaio, dopo l’appassimento in fruttaio a opera del vento. La seconda, invece, viene ottenuta da una vendemmia tardiva: le uve restano sulla vigna per oltre due mesi oltre il solito e qui, in condizioni climatiche particolarissime, fatte di umidità, nebbia e vento, insorge la muffa nobile. La Botrytis Cinerea è un fungo che si sviluppa sui grappoli, perfora la buccia degli acini e, facendo evaporare quasi il 50% dell’umidità dell’uva, concentra così gli zuccheri. Produrre un vino da uve botritizzate non è semplice: la sua comparsa non è prevedibile con certezza e inoltre, la vendemmia, può durare anche diverse settimana perchè colpisce in modo diverso e in diversi momenti grappoli e singoli acini.
Il Ramandolo DOCG di Dario Coos è un volo pindarico dotato di forza, di precisione e di stupefacente acidità. Ottenuto con quest’ultima metodologia, segue una fermentazione in barrique di secondo o terzo passaggio e affinamento di almeno un anno in legno.Se il naso è complesso ed elegante, con note di frutta secca, zafferano, cannella, miele, al palato non smentisce le aspettative: equilibrato e persistente con note di acacia, viole e vaniglia.
Altro fuoriclasse il Picolit, gemma dell’enologia italiana che Veronelli definì “fermo e aristocratico, […] da meditazione”. Vino dolce estremamente prezioso che la sapienza contadina ha saputo ricavare da un vitigno fragile e che oggi permane solo in questa terra di confine. È così chiamato forse per le dimensioni ridotte dei suoi acini oppure per la produzione limitatissima dovuta a una particolarità nello sviluppo degli acini che vanno incontro a un parziale aborto floreale, lasciando il grappolo spargolo con acini più piccoli e più dolci.
Il Picolit DOCG della Coos, dopo appassimento delle uve sui graticci, fermenta in barrique nuove. Al naso è fresco, intenso e avvolgente, con note di fiori di campo, pesca, acacia e miele. In bocca elegante, setoso, un perfetto connubio tra morbidezza, acidità e mineralità.
Durante il giro in azienda (con assaggi dell’ultima annata dalla botte e dalle vasche) Matteo Longo racconta la storia che sta dietro ai vini, parla dell’importanza del luogo e del suolo e, professando modestia, salta la funzione quantomeno di mediazione di chi il vino lo fa. In modo poetico Colette scrisse: “La vite fa sentire all’uomo il sapore della terra. Percepisce, e poi manifesta tramite i suoi grappoli, i segreti del suolo”. È più importante il vitigno o il luogo in cui viene piantato? Forse, come in un matrimonio, ciò che conta è la complementarietà e la mutua esaltazione.

A cura di Francesca Carlini

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