Francesco Sposito: classe ’83, un mix di semplicità, estro e dedizione.

La mia cucina ha finalmente trovato una direzione, cosa importante per chi fa questo lavoro. Dopo circa quindici anni, negli ultimi tre ho trovato la mia dimensione. E sembra essere quella giusta” – così esordisce il giovane chef campano Francesco Sposito, una delle 3 forchette 2017. E pensare che questo lavoro non era nei suoi piani, inizialmente. Seppur la sua carriera non abbia mai avuto “grandi percorsi di gavetta”, come lui stesso afferma, si è spostato tra l’ “Arpege” di Passard a Parigi e la “Locanda della Tamerice” di Corelli. “Cosa mi è rimasto di quelle esperienze? Beh, al tempo non c’era tanto fermento per questo mondo, ho imparato ad eseguire senza tante arie, a testa bassa. Ho capito l’essenza di questo lavoro. Corelli è stato per me un secondo papà, un maestro, un esempio di umanità. Mi ha dato tanto e molto lo devo a lui. ”

Lo stile di Sposito è stato influenzato anche da un suo viaggio in Giappone nel 2005: “sono molto legato alla terra Nipponica, ci torno spesso, almeno due volte l’anno e ogni volta mi sento arricchito.” È lì che ha imparato nuove tecniche, il valore della tradizione e della sperimentazione. La sua cucina sembra aver trovato il perfetto equilibrio di entrambe proponendo “piatti della tradizione che ricordano la memoria ma hanno uno sguardo verso il futuro”. Nel “laboratorio” il prodotto della terra è sempre al centro nella sua semplicità, trasformato e valorizzato con nuove tecniche. Dagli spaghettoni di Gragnano all’acqua di pomodoro, alle zeppole di “mussillo” di baccalà. Sposito è alla continua ricerca di nuove cose perchè “la sperimentazione è linfa vitale per tutti coloro che svolgono lavori artigianali. Tutto questo” -tiene a sottolineare Francesco- “è possibile solo grazie ad una squadra stimolante e alla clientela. Vedere la fiducia, l’entusiasmo delle persone è forse la soddisfazione più grande, quello che ti spinge a studiare e a raggiungere risultati sempre migliori. Il mio obiettivo è quello di mantenere la mia identità sperimentando le cose più semplici , le più banali e non quelle ‘astrofisiche’”- dice ridendo.

La semplicità riesce sempre ad essere la cosa più difficile.”

E’ dunque importante conoscere, apprendere, saper cogliere gli stimoli dall’esterno, essere disposti al confronto, sacrificarsi nel rispetto delle proprie radici e della propria personalità .

Umiltà, passione, dedizione, curiosità, creatività, motivazione e determinazione sembrano essere gli ingredienti fondamentali per la formazione di un ottimo chef.

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