Barolo Boys: la storia che ha cambiato il volto dell’enologia nazionale

botti grandi

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Langhe, Piemonte, 1986. Nel marzo di quell’anno alcuni produttori della zona iniziano a miscelare alcol metilico nel vino (naturalmente presente nel mosto dopo il processo di fermentazione ma in quantità trascurabile da non risultare dannoso per l’organismo) per aumentare la gradazione alcolica del prodotto, perché più a buon mercato dello zucchero.

Lo scandalo del metanolo provoca subito diverse vittime, colpite da intossicazione, avvelenamento, danni neurologici e in ventitré casi, morte. L’adulterazione del vino determina inevitabilmente un crollo del mercato italiano del settore, oltre che una grave perdita d’immagine su tutta la produzione nazionale, abbattendosi in particolar modo su quei vignaioli onesti della zona di Cuneo che non avevano preso parte alla truffa.

Un altro evento complica ulteriormente la situazione già provata dei contadini di Langa: una grandinata invernale distrugge i migliori vigneti della zona del Barolo, mettendo in ginocchio diversi coltivatori.

È a questo punto che un gruppo di giovani vignaioli decide di reagire e cambiare il volto dei vini piemontesi, a partire proprio dal Barolo. Elio Altare, Giorgio Rivetti, Chiara Boschis e Roberto Voerzio sono solo alcuni dei nomi che segnano questo profondo cambiamento.

Affascinati dalle tecniche francesi di lavorazione, decidono di replicare la stessa impostazione nei terreni di famiglia, a partire da un abbassamento delle rese in vigna e dall’utilizzo della barrique –le piccoli botti di rovere francesi-, per proseguire con la fermentazione malolattica e una drastica riduzione dei tempi di macerazione della polpa sulle bucce.

I Barolo ottenuti, scuri e potenti al naso, dal bouquet fruttato e dal gusto forte ma meno tagliente, reso più morbido da un passaggio in barrique utile a smorzare la ricchezza tannica del nebbiolo, conquistano subito il mercato estero.

Grazie all’aiuto del wine maker Marco de Grazia, l’avventura del gruppo si trasforma presto in fama, successo e ricchezza. I giovani produttori, ribattezzati dalla stampa americana “Barolo Boys”, diventano vere e proprie star negli Stati Uniti. La loro avventura trasforma le colline delle Langhe, definite “della malora e dell’abbandono”, nell’emblema del vino quale nuovo prodotto commerciale. Il risvolto della medaglia, tuttavia, non tarda ad arrivare.

La rivoluzione innescata dai giovani vignaioli viene considerata dai patriarchi un atto di follia, di irriverenza e quasi di tradimento nei confronti della tradizione e dell’identità del vino piemontese. Un colpo di frusta insomma, che viene visto dai tradizionalisti una negazione della storia e delle radici della loro terra, che alcuni tra i giovani modernisti, aperti e innovatori, pagano con la scomunica da parte dei padri.

Le visioni contrapposte aprono una vera e propria faida che durerà a lungo e segnerà per sempre l’identità del territorio piemontese e più in generale italiano. È innegabile però che le decisioni e i gesti rivoluzionari dei Barolo Boys tracceranno un nuovo modo di concepire il vino e vivere la vigna, indicando una strada che condurrà allo sviluppo vitivinicolo nazionale.

Sul loro esempio, molti vignaioli iniziano a lavorare le proprie uve senza più vendere il raccolto alle grandi aziende imbottigliatrici che fino agli anni ’70 avevano controllato il mercato. Nasce una nuova realtà, di tanti piccoli produttori sempre più attenti alla qualità di un prodotto con cui poter conquistare il territorio nazionale.

Flavia Previtera

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