Diario di una golosa compulsiva: muffin i love you

“Ciao, sono Irene e sono 20 minuti che non mangio dolci”. Sarebbe un’intro perfetta se esistesse l’associazione dei “golosi compulsivi anonimi”. Chi mi conosce lo sa bene: se c’è da scegliere tra una bistecca fumante, succosa e un profitterol al cioccolato, raramente il mio io gastronomico si orienterebbe verso l’alternativa salata. Le mie giornate passano così, tra la gioia delle papille gustative e il dolore per un senso di colpa che mi aspetta puntuale e serafico dietro ogni angolo della cucina, come se guardandomi mi dicesse minacciosamente: “Ancora che mangi? Vuoi diventare tutta ciccia e brufoli?”

Un Dante vissuto nell’era dei selfie, twitter e facebook per me non avrebbe avuto alcuna pietà: il terzo girone infernale sarebbe stata la giusta collocazione e passare la mia esistenza a rosolare in mezzo al fango, la punizione esemplare. Fortunatamente questa volta il contrappasso consiste in qualcosa di molto meno sadico. Ma tocca fare prima una premessa. Durante la lezione di scrittura creativa dello scorso 21 ottobre, il nostro docente Paolo di Paolo ci propone un esercizio: scegliere un qualsiasi alimento a nostro piacere e affiancargli una serie di aggettivi che fossero inerenti ma allo stesso tempo soggettivi e fantasiosi. Ed ecco che la mia golosità prende come sempre il sopravvento e scelgo di parlare del cugino più prossimo del plum cake, il muffin. Poi la sorpresa finale, scrivere un articolo di 3500 battute circa, incentrato su quell’alimento, sviluppato con una scrittura il più possibile creativa e romanzata.

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“E ora che scrivo? Ma  non potevo pensare a una bella carbonara”? Dico tra me e me. Ma poi mi rispondo da sola e mi ribadisco che se avessi pensato alla carbonara non sarei stata veramente io. Rifletto sui vari aggettivi che il mio cervello aveva partorito durante l’esercitazione, mi soffermo sul primo: simpatico. Ora,  mi rendo conto che sia più facile pensare a un uomo simpatico, un carlino può essere simpatico, ma a me un muffin burroso, ridondante, imperfetto, brufoloso ispira simpatia. Mi ricorda la classica signora grassoccia di mezz’età che indossa una gonnella a pieghe. Sì, è proprio un paragone che calza a pennello.

Scrivendo mi viene in mente un’altra associazione, questa volta legata ad un trauma infantile che mi porto appresso tutt’oggi. Da piccola mi ricordo che l’apertura del panettone era tassativamente vietata prima della colazione ufficiale del 25 dicembre. Ecco quindi che con questo magico panettone in formato mignon poteva essere natale tutti i giorni, e, cosa assolutamente da non sottovalutare, senza la scocciatura di operare con le dita per togliere l’uvetta in eccesso.

Di questo soffice dolcetto in pochi ne conoscono la storia e in molti ne rivendicano la paternità. In principio era Moofin ed era un antenato povero dell’attuale re di Starbucks, una specie di focaccina tonda e lievitata che i contadini inglesi mangiavano già nel medioevo. Dobbiamo aspettare l’800 perché il muffin spopoli in America ed avere un aspetto simile a quello che oggi tutti conosciamo. Il 1796 è l’anno della ricetta ufficiale, che compare sul primo ricettario della cucina statunitense, l’American Cookery. Inglese di nascita quindi, americano di adozione. Amato in tutto il mondo.

 

Irene De Rossi

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