Il rito della Polenta

Metti una mattina d’inverno, in campagna, la rugiada che ancora stenta ad andarsene nonostante il sole sia già alto da qualche ora. Una passeggiata nel bosco vicino a cercare della legna da ardere e poi di corsa a casa, che è quasi ora di pranzo. A pochi passi dall’abitazione già si intravedono i vetri appannati delle finestre della cucina, per effetto dei vapori che sprigionano i fornelli, messi in funzione dalle donne di casa che come una brigata in perfetta sincronia dei movimenti organizza il pranzo domenicale della famiglia.

Ecco, è in un quadretto simile che si incastra perfettamente il rito della preparazione della polenta. Già, un rito. Iniziato tanti anni fa nell’Italia settentrionale e poi diffusasi in tutto lo Stivale. Un piatto povero che si usava preparare quando veniva ucciso il maiale, un giorno di festa per eccellenza.

Nelle cucine di allora il paiolo in rame se ne stava lì, a far capolino, sotto la cappa del caminetto acceso. Uno strumento da tenere a portata di mano, pronto all’uso in caso di bisogno.

Ci si versava dell’acqua dentro e, una volta che questa bolliva, ci si aggiungeva “a pioggia” la farina di mais, quella bramata, di colore giallo oro, che la rendeva ancor più preziosa una volta stesa in tavola. Un mestolo di legno per mescolare il tutto, meglio se a spatola nella parte che accarezza l’impasto. Una sorta di scettro che le donne di casa usavano con maestria, al fine di rendere la polenta cremosa, liscia e senza grumi.

Ci metteva quarantacinque minuti a cuocere la polenta, si faceva desiderare. Non c’era tempo per le pause, altrimenti si attaccava al paiolo. Poi chi le sentiva le critiche dei mariti?

In un altro angolo della cucina, intanto, ci si dedicava al condimento:  sugo con salsicce e costine di maiale, le  cosiddette “spuntature”. Un’altra meticolosa preparazione che durava anche un paio d’ore, giusto il tempo di insaporire il sugo e rendere la carne tenera e burrosa.

Pochi e semplici i gesti da compiere, tanta la cura e il tempo che richiedevano.

Il resto della famiglia intanto si riuniva impaziente attorno al tavolo, tanta era l’attesa e la fame che incombeva. A volte qualcuno si alzava con un tozzo di pane da intingere nella pentola colma di sugo, un piccolo furto che teneva a bada i crampi allo stomaco. Tra chiacchiere, sorrisi e qualche bicchiere di vino, la mano della cuoca di turno compiva l’ultimo giro di mestolo e con un tocco deciso sul bordo del paiolo, ne staccava l’impasto residuo. Un gesto inequivocabile che segnalava che il pranzo era pronto. Di corsa a sgombrare il tavolo per rendere onore all’ospite atteso. Ed eccola lì che scendeva lentamente così calda, fumante e cremosa, a ricoprire completamente ogni angolo della “spianatora”. Poi il turno del rosso sugo, sapientemente condito dal maiale, a dar più colore alla tavola dorata.

Era il momento di rendere onore alla regina della tavola. Ognuno che delimitava  la propria porzione con la forchetta, ma era ovvio che qualcuno, più vorace e veloce nel mangiare, avesse prima o poi sconfinato la sua parte. I bambini si divertivano a fare disegni con i granelli ruvidi, ma se questo serviva a farli mangiare, meglio lasciarli stare. Era un momento di festa e di gioia per la famiglia riunita, quasi come per le festività natalizie.

La polenta metteva d’accordo tutti. Un piatto povero, reso ricco dai pochi ingredienti usati per condirla, dall’amore che ci si metteva nel prepararla e dal tempo trascorso insieme nell’attesa di servirla.

Polenta con sugo di salsicce e spuntature di maiale - Foto di http://memoriediangelina.com -

Polenta con sugo di salsicce e spuntature di maiale – Foto di http://memoriediangelina.com –

A cura di Gianluca Ciotti

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