Il social eating conquista l’Italia. E voi, cenereste con degli sconosciuti?

Riunire attorno al tavolo di casa propria commensali sconosciuti, che pagano una quota per mangiare ciò che il padrone di casa ha stabilito e cucinato. Sembrerebbe una follia, invece è un format di successo nei paesi anglosassoni che sta crescendo anche in Italia: si chiamano home restaurant e fanno parte di un fenomeno che prende il nome di social eating.

Cos’è il social eating

Il social eating rientra di diritto nella macrocategoria della sharing economy, un modello economico basato su pratiche di scambio e condivisione di beni e servizi che mira a proporsi come alternativa critica al consumismo di stampo capitalista, per ridurre l’impatto ambientale. La sharing economy sul web si organizza in piattaforme create ad hoc per mettere in contatto la domanda e l’offerta, ne sono un esempio portali come CouchSurfing, Airbnb, Blablacar e Uber. Gli home restaurant sono apprezzati all’estero per la capacità di creare relazioni tra gli ospiti, che possono sfociare in rapporti lavorativi, fruttuosi scambi di esperienze, conoscenze che si trasformano in amicizie o amori. Negli ultimi mesi nello stivale si sono moltiplicati gli utenti attivi e con essi la volontà di sperimentare un nuovo modo di mangiare fuori casa.

Come funziona

Come per gli altri servizi della sharing economy, il social eating si organizza grazie al web. C’è chi apre un proprio sito e chi aderisce alle piattaforme già esistenti, che garantiscono visibilità ed efficienza. La più famosa in Italia è senza dubbio Gnammo, nata nel 2012 da Cristiano Rigon, Gian Luca Ranno e Walter Dabbicco. Il sito (www.gnammo.com) ha una grafica piacevole e intuitiva e permette di curiosare tra gli eventi senza essere necessariamente iscritti: attualmente la sua comunità conta più di 54.000 utenti. Tra le altre piattaforme troviamo Newgusto e Ceneromane, che si rivolgono principalmente a un target composto da turisti; People Cooks, che offre pasti a soli 6 euro e VizEat, arrivato dalla Francia poche settimane fa. Qualunque sia la piattaforma il meccanismo è praticamente lo stesso: si cerca tra gli eventi proposti, si sceglie a quale partecipare e si prenota il proprio posto, pagando online. A questo punto si riceve l’indirizzo dell’evento. L’importante è leggere con attenzione le raccomandazioni del padrone di casa, che spesso avvisa della presenza di animali, di un dress code particolare o chiede agli ospiti di portare del vino. Normalmente sono eventi piccoli, con 8 o 10 commensali: il numero giusto per godere di una cucina casalinga, per interagire e conoscersi.

Polemiche

Niente controlli, autorizzazioni o licenze: la notorietà del format ha subito suscitato malumore nei ristoratori, che si sono sentiti minacciati da un fenomeno poco controllabile. La maggior parte delle piattaforme specifica sul proprio sito internet che l’evento, essendo una prestazione di servizio saltuaria tra privati, non richiede nessuna ricevuta o fattura fino a un tetto annuo di 5000 euro e non è sottoposto ai regolamenti sanitari indicati con l’acronimo HACCP. Ma la vera domanda è: il social eating può davvero essere considerato come l’alternativa al ristorante? Probabilmente no. Parliamo di un’esperienza di tipo differente, che ha come scopo principale la socializzazione, dove il cibo spesso è utilizzato come modo per rompere il ghiaccio e passare una serata conoscendo persone nuove. La situazione informale e inusuale crea un clima radicalmente diverso da quello che si cerca andando al ristorante, dove il cibo e il servizio sono gli aspetti fondamentali.

Non solo cene

Con il social eating non si possono organizzare soltanto cene, ma tutta una serie di eventi che ruotano attorno al mondo del food e che uniscono una dimensione di socialità e convivialità: merende con manicure, degustazioni di vino, piccoli corsi di cucina e panificazione, brunch all’aria aperta, showcooking. C’è spazio anche per le buone cause, infatti Gnammo ha aderito per il secondo anno consecutivo al progetto di Emergency #100cenE. Per tutto il mese di marzo, partecipando a una delle cene contrassegnate dall’hashtag, si potrà dare il proprio contributo alla raccolta fondi destinata alle strutture italiane dell’organizzazione di Gino Strada. Per condividere a tavola il piacere di un pasto buono in tutti i sensi.

Silvia Monteferri

Share and Enjoy

One thought on “Il social eating conquista l’Italia. E voi, cenereste con degli sconosciuti?

  1. Grazie per l’articolo. Ottimo spunto;)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *