Il vino e la passione di Arianna Occhipinti

Classe 1982, una laurea in Viticoltura ed Enologia all’Università di Milano, quella in cui i grandi nomi del mondo del vino rimbombano come tuoni, un debutto da vigneron a soli ventidue anni, tanta tenacia, tanta forza e due occhi scuri che raccontano di sogni trasformati in realtà.

Nel suo libro, “Natural Woman” (edito da Fandango Libri), scrive che dentro il suo nome c’era un destino dionisiaco e alcolico, perché, nella mitologia greca, Arianna è la donna che, dopo la morte di Teseo, diventa la sposa di Bacco, dio del vino.

A distanza di undici anni dalla sua prima vendemmia gli ettari coltivati a vigneto sono passati da uno a diciotto, le proprietà sono diventate due e il perimetro del mercato in cui distribuisce le sue etichette conta i confini di America e Giappone.

L’azienda agricola di Arianna Occhipinti ha sede a Vittoria, in provincia di Ragusa. Quando non ha da fare in vigna e non è impegnata all’estero è lei ad accogliere sorridente i visitatori e gli eno-appassionati che decidono di spingersi fino a quella punta di Sicilia orientale in cui, dopo l’università, ha deciso di tornare per diventare agricoltore. Capelli raccolti in uno chignon e scarponcini sporchi di terra, si dirige subito tra i filari di viti: è da lì che inizia la visita alla sua azienda.

I fianchi esterni dell’altopiano ibleo rappresentano la zona in cui è possibile produrre l’unica DOCG siciliana, il Cerasuolo di Vittoria. Il territorio, di origine calcarea, è caratterizzato dalla presenza di fossili marini e sabbie bruno-rossastre; gli inverni sono miti e le estati calde e siccitose, inumidite solo da brezze provenienti dal mare. «L’area che si estende da qui fino ad Acate – spiega la Occhipinti – è la zona maggiormente vocata alla coltivazione di Nero d’Avola e Frappato, perché il terreno è più calcareo e ciò spinge le radici delle viti a non fermarsi in superficie, ma ad andare in profondità per assorbire nutrimento, sali minerali soprattutto. Ciò consente di ottenere vini più eleganti».

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Ad ispirarla nel modo di concepire la viticoltura hanno contribuito i consigli dello zio Giusto (proprietario dell’azienda agricola C.O.S.) e l’insegnamento biodinamico di Nicolas Joly; ma oggi la giovane produttrice, scevra da insicurezze, ha trovato la sua strada. Per fare il vino non ha un metodo, ma un modo che comprende pensieri, istinto ed emozioni. Non ha delle regole prestabilite, segue delle convinzioni che spesso si sono rivelate giuste, altre meno. La sua è un’agricoltura che parte dal rispetto assoluto per il terreno e che lei definisce “biologica-ragionata”. «Uso metodi biologici, non biodinamici, però non voglio usare la denominazione bio, perché sotto di essa rientrano vini molto meno sinceri di quello che vogliono sembrare».

Fautrice della biodiversità, sostiene che sia importante creare un ecosistema-vigna e lasciare che le piante imparino a proteggersi da sole anziché debellare potenziali elementi di disturbo. Per aumentare la fertilità dei suoli usa i sovesci: semina favino e graminacee e le ribalta in primavera, in modo da ossigenare e arricchire di azoto il terreno durante l’importante fase di sviluppo vegetativo della vite. Le piante di Frappato e Nero d’Avola di contrada Bombolieri sono coltivate a cordone singolo (scelta del precedente proprietario) e, lungo i filari, ci sono alcune fallanze che verranno presto recuperate mediante selezione massale, una tecnica di innesto che consiste nello scegliere, dal vigneto, gli esemplari migliori dai quali prelevare le marze (ossia la parte della vite che darà foglie e frutti) da “trapiantare” nel portainnesto americano.

La visita prosegue in cantina, dove la Occhipinti ricorda l’importanza della raccolta manuale e della selezione dei grappoli in vigna, in modo da scongiurare il pericolo di marcescenze e fermentazioni indesiderate. Non usa additivi, solo pochissimo bisolfito come antiossidante; non forza, in inverno, la stabilizzazione (il processo che serve a far precipitare, ed eliminare, i composti del vino che lo intorbidiscono), ma lascia che tutto si svolga spontaneamente secondo le temperature di cantina. Le vasche di cemento in cui vengono trasferiti i mosti sono numerate in modo che le uve dei diversi vigneti vengano lavorate singolarmente per comprenderne al meglio le potenzialità. Usa l’acciaio solo per i procedimenti brevi e per i lunghi affinamenti predilige le botti grandi.

Adiacente alla cantina, un vecchio palmento ristrutturato è stato adibito a sala di degustazione. I vini assaggiati parlano la lingua dell’enologa che li ha prodotti, sono lo specchio dei vitigni e del territorio da cui nascono: sinceri, immediati e coerenti.

Le etichette prodotte sono attualmente sei: l’SP68 Bianco e SP68 Rosso, rispettivamente blend di Albanello e Moscato di Alessandria, il primo, e Frappato e Nero d’Avola, il secondo; il Frappato, da uve 100% Frappato di Vittoria, vitigno autoctono nelle cui potenzialità Arianna ha creduto molto; il Siccagno (Nero d’Avola in purezza); il Grotte Alte (Frappato di Vittoria e Nero d’Avola); il Passo Nero (vendemmia tardiva di Nero d’Avola).

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I lavori di ristrutturazione nella proprietà di contrada Bombolieri non sono ancora terminati, ma questa giovane donna che «ogni giorno ha bisogno di un sogno» coltiva già un altro desiderio: produrre un “vulcanico” bianco ibleo.

Serena Ciurcina

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