Il proibizionismo è “alle porte”. Da necessità a moda, per bere un drink occorre suonare un campanello

slideshow-1Un portone chiuso, uno spioncino e una parola d’ordine che cambia frequentemente  per accedere a un salotto segreto: è questo il concept del bar di tendenza, che viene dal passato, e prende il nome di speakeasy, in italiano letteralmente “parlare piano”. L’idea  nasce negli Stati Uniti nel periodo del Proibizionismo (tra gli anni ’20 e gli anni ’40), momento  in cui fu bandita la produzione e la vendita degli alcolici in tutto il paese. I proprietari dei locali che somministravano alcolici iniziarono a nascondersi con saracinesche abbassate o nei retrobottega per svolgere la loro attività. Il termine speak easy sembra, appunto, avere origine dal richiamo dei gestori, che invitavano i clienti brilli a usare un tono di voce basso ed evitare che gli strammazzi attirassero l’attenzione della polizia. La rigidità della legge di quegli anni incentivò il contrabbando di alcolici, di conseguenza questo tipo di locali, rappresentando l’unica possibilità di consumare alcolici senza finire in galera, acquistò notevole importanza.

Quasi ottant’anni dopo, lo speakeasy diventa moda e sbarca nelle principali capitali europee. Numerosi, naturalmente, sul suolo statunitense, soprattutto a New York, come nel caso dell’Angel Share, nell’East Village, dove i bartender si muovono nel retro di un ristorante giapponese, o al The Black Room, che serve alcolici nascosti nelle tazze da tè.

In Italia il piu noto (e il piu fedele all’originale) si trova a Roma, in una piccola strada del centro storico: è il Jerry Thomas Project, chiaro omaggio al padre dell’arte della mixology negli Stati Uniti. Portone scuro non illuminato, nessuna insegna, solo un campanello, un battiporta e uno spioncino, che si apre con con uno scatto aggressivo, come se la persona dall’altro lato della porta fosse diffidente sull’arrivo dei clienti. Qui la parola d’ordine, necessaria all’ingresso, cambia con frequenza ed è reperibile rispondendo a un quesito pubblicato sul sito internet del locale. L’accesso non è immediato e spesso c’è da attendere, per evitare che la porta si apra spesso e attiri l’attenzione (anche se il Jerry Thomas lavora comunque in piena legalità). Una volta entrati, si scopre un salotto molto piccolo (può ospitare circa una trentina di persone), con pareti di velluto rosso, divani in pelle e lampade che emanano una luce soffusa. Il personale veste in stile anni ’30, la musica è jazz e c’è il permesso di fumare, ma il Jerry Thomas non serve vodka – forse perché durante il Proibizionismo questo alcolico non era facilmente reperibile o forse perché ai proprietari non piace – quindi guai a chi ne chiede.

Il menu a la carta presenta una ventina di cocktail, ognuno con il suo nome e la sua storia, la maggior parte a base di gin. Ogni bevanda nasce da un’attenta miscelazione di prodotti  particolari e distillati di primissima qualità. I prezzi sono relativamente alti, ma considerando la prelibatezza di queste creazioni, il rapporto qualità prezzo è equilibrato.

Trascorrere una serata al Jerry Thomas equivale ad una vera esperienza: una volta oltrepassata la porta nera ci si ritrova in un mondo lontano piu di mezzo secolo. I gestori di questo salotto segreto sono riusciti a ricreare perfettamente l’atmosfera clandestina degli speakeasy, creando un luogo originale, a cui però non è facile accedere. Infatti in caso di sovraffolamento potrebbe capitare di essere non solo rifiutati all’ingresso, ma anche di essere invitati ad allontanarsi dall’area circostante. L’importante è non offendersi, perché la rigidità verso il cliente è frutto di una messa in scena necessaria affinchè il Jerry Thomas resti unico nel suo genere.

 

Agnese Petrosemolo

 

Share and Enjoy

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *