Volevamo fare i critici enogastronomici…

Giugno 2014, un nuovo messaggio di posta elettronica: Master Gambero Rosso. E così, uno dopo l’altro, io e i miei nove compagni di (dis)avventura affrontiamo i colloqui con Francesca Riganati e Elisabetta Tosini, ex masterina. “Vedi, ora lei lavora qui, al Gambero”, abbiamo detto con occhi sognanti, immaginandoci già parte del team della redazione “Guida Ristoranti”. L’estate, colma di aspettative, passa in fretta e Settembre ci porta nella classe di Città del Gusto, come fosse un luogo cui sapevamo di essere destinati. La prima giornata inizia bene e finisce ancora meglio all’Istituto Svizzero di Roma, fra un po’ (troppi) bicchieri di chardonnay e fette di fontina valdostana DOP. E così iniziò il nostro sogno di fare i critici. Abbiamo conosciuto subito Laura Di Pietrantonio, masterina del 2004, ora sviluppatrice di siti web e, più avanti, Federico De Cesare Viola, giornalista del Sole Ventiquattrore che, anni fa, occupava uno di questi banchi. E ancora Saverio De Luca, giornalista Ansa, altro ex studente del Gambero, e abbiamo sentito tante altre storie di ex gamberetti che ce l’hanno fatta.

Poi un giorno arrivò il marketing e la dura realtà: con la scrittura “non si campa”, la carta stampata è morta, l’ufficio stampa è l’unica via, “dovete studiare il marketing”. Mar-ke-ting, lo divido in sillabe nella mia mente, faccio lo spelling per cercare di memorizzare al meglio questo colosso del nostro futuro lavoro; mar-ke-ting. Serve tanto marketing là fuori: buzz-marketing, geo-marketing, neuro-marketing e la lista potrebbe proseguire all’infinito. Serve tanta economia (e-co-no-mia); e così, a diversi anni di distanza dalla maturità, da quella promessa fatta a me stessa di non utilizzare mai più una formula matematica, mi ritrovo con la testa china sul foglio, con righello e calcolatrice, a cercare di individuare un budget, rompendo ogni schema che mi ero prefissata, aprendo altre finestre che affacciano “là fuori”, tuffandomi nel mondo dell’enogastronomia da diversi punti.

Ogni tanto, però, un ritorno a quel colloquio di fine Giugno, a quegli occhi colmi di speranza. Scrittura creativa, giornalistica, storia della gastronomia, chef del mondo, guide, degustazioni, vini. La storia nella Storia, per questo sono, siamo, venuti qui. Per parlare di piatti, vini e sapori non solo nel loro contesto sociale e geografico, ma nella loro natura personale, per cercare la vera storia dietro quel dolce. A memoria abbiamo ripetuto, di settimana in settimana, la nostra presentazione. Età e provenienze diverse, formazioni umanistiche o scientifiche, ma tutti con una forte passione per l’enogastronomia. Cosa vuol dire, però, essere appassionati di cibo? Ogni volta che al di fuori delle mura di Città del Gusto racconto cosa sto studiando, la reazione è sempre la stessa e il pensiero sempre quello. Già, che sia per i mille programmi tv del momento o per il personaggio di Ego del film Ratatouille, critico enogastronomico è sinonimo di puzza sotto il naso, micro porzioni, champagne e caviale, “andare a mangiare gratis”.

Sapresti consigliami un buon ristorante a Roma?”, mi viene chiesto, spesso. Sì, saprei farlo; potrei consigliare “La Pergola” di Heinz Beck, come “Giuda Ballerino” di Fusco, come Metamorfosi di Roy Caceres, ma la verità è che non sono ancora stata in nessuno di questi posti. Non ho mai mangiato nemmeno la pizza di “Sforno” o i pasticcini di “Cristalli di Zucchero” o la famosa cacio e pepe di Felice. Sono, dunque, inadatta a fare questo mestiere? Non saprei dire quanto costa un menù degustazione da Caceres, ma posso spiegare il suo concetto di cucina. Non sono mai stata Copenaghen e, se anche ci andassi, non potrei mai permettermi un pranzo al “Noma”. Ma sarei in grado di esprimere il fascino della sua cucina, raccontare come si è arrivati a definire Redzepi chef migliore al mondo e cosa significa “New Nordic Cuisine”. Potrei arrivarci partendo da Escoffier, passando dalla Novelle Cuisine a Ferran Adrià perché ho studiato, sto studiando insieme ai miei nove compagni di viaggio per imparare la storia che ci ha portati fin qui. Non ho un diploma AIS e a volte definisco un vino incoerente dal punto di vista gusto-olfattivo quando in realtà non lo è. Commetto errori, non ricordo a memoria tutti vigneti del Trentino o i principi del manifesto della Novelle Cuisine. Ma so che, quando assaggio un Montepulciano, con la mente viaggio sulla Roma-L’Aquila, uscita per Cocullo, per finire di nuovo nel mio paese, nella mia terra, fra quei sapori ruvidi e profumi intensi; allo stesso modo, la cucina indiana mi riporta indietro di un anno nella mia Londra, nel ristorante che mi accoglieva ogni fine-settimana con i suoi profumi di curry e pane Naan. Viaggio nell’Inghilterra che ho abbandonato per venire a fare questo master, perché mi mancava il sapore vero del pomodoro, dell’aglio che soffrigge la domenica, di olio buono, sano, verde, fatto da mio nonno. Sono ritornata per assaggiare il sugo di mia nonna direttamente dal cucchiaio di legno ruvido, con bruciature di tanti anni passati a mescolare con amore per il pranzo domenicale; sono tornata perché, con il cibo, non è necessario prendere un aereo per partire. Basta una foglia di basilico per tornare a casa, un crumble di mele per sentirmi di nuovo a Londra e un bicchiere di Marina Cvetic per tornare alle mie montagne. E, con gli stessi occhi colmi di speranze, voglio studiare il marketing senza bisogno di dividerlo in sillabe, l’economia, voglio essere in grado di lavorare in un’azienda. E andrà bene l’ufficio stampa, andrà bene lo stage come “porta-fotocopie”, il blog meno popolare di tutto il web. Saprò adattarmi, fin tanto che, pur non avendo mai mangiato in un ristorante stellato, potrò ancora emozionarmi bevendo del Montepulciano, fin tanto che io e gli altri nove potremmo ancora condividere la nostra passione attorno a un tavolo. Perché finché c’è del buon cibo e un bicchiere di vino in abbinamento, c’è speranza. Anche per diventare critici enogastronomici.

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One thought on “Volevamo fare i critici enogastronomici…

  1. Franco Dammicco scrive:

    Brava, ben scritto!!! Saper scrivere bene serve sempre, sia se scriverai su un giornale sia se scriverai una proposta commerciale.

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