L’Etna di Benanti

“Il vino nobilita chi se ne occupa, perché non basta, a creare sua eccellenza, la vita di un solo uomo: ce ne vogliono almeno due, di un padre e di un figlio (…)”.

Con queste parole Mario Soldati, pioniere del giornalismo enogastronomico italiano, si accingeva a raccontare, nel celebre Vino al Vino, la bella storia di una famiglia valtellinese degli anni ’70.

Con le stesse parole inizia, oggi, il racconto di un’altra famiglia, dedita alla vitivinicoltura nella parte opposta d’Italia: in Sicilia, sull’Etna.

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È la storia del Cavaliere Giuseppe Benanti, industriale farmaceutico catanese, e della sua scommessa di riprendere l’antica attività di famiglia, dopo essersi reso conto della pessima qualità dei vini locali in occasione di un pranzo con amici. Curioso di conoscere le potenzialità di quegli antichi poderi ereditati dal nonno, decise di intraprendere studi di selezione dei terreni e ricerche di particolari cloni di vitigni autoctoni, in netta controtendenza con i vigneron etnei che, in una Sicilia di fine anni ’80, piantavano e raccoglievano di tutto.

Nel 1988 nacque l’Azienda Vinicola Benanti e, a quel tempo, le bottiglie prodotte erano per lo più destinate agli amici. Ma dal momento in cui quei vini del vulcano cominciarono ad arrivare sulle tavole d’Italia e di molti paesi del mondo riscuotendo successi, la storia dei Benanti non fu più la stessa.

A prendere in mano le redini dell’azienda, conosciuta ovunque come l’autrice della rinascita dell’Etna, qualche anno fa sono arrivati Antonio e Salvino, che dal padre Giuseppe hanno ereditato la dedizione per il lavoro e il grande amore per il territorio. Sono loro che hanno sposato in toto la causa di investire sulle potenzialità e sul fascino della loro terra, puntando sull’enoturismo di qualità e sull’accoglienza; e di essere ambasciatori nel mondo del nettare etneo ne hanno fatto un mestiere.

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L’azienda ha sede a Viagrande, paesino a pochi chilometri da Catania, e sorge sul Monte Serra, cono vulcanico sul versante sud dell’Etna. La prospettiva da cinquecento metri di altitudine è incantevole, un collage di forme e tinte mozzafiato: il cielo turchino, la vetta immacolata “da Muntagna”, il verde-argento del bosco di eucalipti, il terreno sabbioso e scuro, i ceppi nodosi delle viti a piede franco e il blu cobalto dello Ionio. Una parte del vigneto gode di questo panorama privilegiato, ma ci sono ettari vitati anche a nord e ad est del vulcano.

Nella tenuta di Monte Serra, Antonio e Salvino, orgogliosi, aprono le porte di un bellissimo palmento in pietra lavica di fine ‘800, con l’antico torchio in legno in perfetto stato di conservazione; un gioiello che racconta, in parte, la storia della tradizione vinicola etnea.

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I Benanti hanno adottato una scelta netta e coerente: salvaguardare e valorizzare i vitigni autoctoni – Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio tra le varietà a bacca nera e Carricante tra quelle a bacca bianca – per produrre vini che siano espressione autentica dei differenti terroir che compongono il vigneto Etna, un arcipelago di cru dalle sfumature sottili. Una scelta anche coraggiosa, perché i vini etnei (bisogna dirlo) non sono proprio l’espressione tipica dell’international taste.

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Diversa altitudine ed esposizione solare, eruzioni di cenere vulcanica che si deposita sui suoli e che influisce sulla composizione del terreno, rendendolo più o meno acido e più o meno ricco in ferro o zolfo e sali minerali, escursioni termiche e brezze provenienti dal mare: sono questi gli elementi che rendono i vini dell’Etna unici.

I Benanti vi hanno aggiunto le attenzioni, il rispetto e l’amore per il territorio, ingredienti che solo produttori appassionati e innamorati del proprio mestiere sono in grado di raccontare.

Serena Ciurcina

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