“Buonasera padron di casa…” Velletri e la sua Pasquella tra canto, doni e vino

Ieri sera sono usciti dopo cena. Incuranti del freddo pungente hanno preso gli strumenti e hanno suonato per tutta la notte. Mentre i bambini dormivano aspettando la Befana, loro intonavano le loro canzoni di casa in casa. A Velletri, poche decine di chilometri da Roma, da oltre cent’anni si rinnova la tradizione della Pasquella, un canto augurale che viene eseguito nella notte tra il 5 e il 6 Gennaio e si conclude con la richiesta di cibo e vino. I pasquellari sono solitamente quattro. Uno di essi è il cantore, cui spetta anche il compito di portare il cesto per raccogliere i doni. Il canto viene poi accompagnato da tre musicisti: uno suona la fisarmonica, l’altro ritma con il tamburello, il terzo accompagna con la caccavella, uno strumento folcloristico che produce un suono grave grazie alla frizione di un panno sul manico di legno.

caccavellaL’usanza della Pasquella appartiene, con le dovute differenze, a diverse regioni italiane. A Velletri è giunta grazie ai pastori abruzzesi, che d’inverno portavano il gregge in transumanza nelle campagne romane e hanno dato il via a questo rito. Nella canzone che viene intonata si trova innanzitutto il saluto, l’augurio di un buon anno, di una buona Epifania e di una buona Pasqua. Questo perché alla fine dell’Ottocento, quando iniziò a prendere piede questa tradizione, la festa subito successiva all’Epifania era la Santa Pasqua.

 

“Buonasera padron di casa

al marito e alla sua sposa

e alla famiglia in compagnia

viva Pasqua Epifania.

Dall’oriente ne venimo

pe’ portarla questa novella

l’anno nuovo e la pasquella”.

 

Sulla chiusa si fa invece riferimento alla compagnia e alla ricompensa che si chiede. Qui le versioni sono diverse. Fatta eccezione per l’universale richiesta di vino, c’è chi chiede uova, galline e polli vivi, salsicce o lardo. Tutti prodotti che tradizionalmente erano presenti nelle case di campagna, dove i contadini coltivavano la vigna e governavano gli animali domestici, da cui traevano sostentamento insieme all’agricoltura.

 

“Siamo quattro e non siamo in otto

tutti e quattro co’ lo fagotto

co’ lo fagotto pe’ portar via

viva Pasqua Epifania.

Arzate padrone piano piano

piglia ‘na cannatella co’ lo vino

e daccene ‘n goccetto de chillo bono.

Prepara li bicchieri che a noi ci abbasta

vi diam la buonasera e la buona Pasqua”.

pasquella

La notte della Befana i pasquellari raggiungono diverse case e in ognuna intonano il loro canto. La tradizione vuole che all’inizio i padroni di casa non si mostrino. Soltanto alla fine della canzone potranno farli entrare. In casa si consumano vino e cibo e si preparano alcuni doni che la compagnia potrà portare via come ricompensa. Poi continuano i canti e la musica. Alla base di questa tradizione, che si è mantenuta nel tempo trasformandosi da necessità a rievocazione storico-culturale, vi è il concetto del dono. Sappiamo che lo scambio di doni è universalmente riconosciuto dagli antropologi come elemento di inclusione sociale, di riconoscimento nel gruppo. Il dono tesse solide relazioni e ci avvicina l’un l’altro. Il dono del cibo è forse una delle forme più antiche e assieme una delle più intime, partecipate. La Pasquella velletrana si basa sulla reciprocità di uno scambio fatto di canto augurale e di vivande. Oggi a Velletri non sono più i pastori abruzzesi a portare nelle campagne il canto della Pasquella. Ci sono però giovani appassionati di cultura popolare e veterani dalla voce schietta, dalle mani rapide e precise nel pigiare sui tasti della fisarmonica, che portano avanti con passione questa tradizione. Una tradizione fatta di musica, di parole, di condivisione e anche di cibo.

Silvia Monteferri

Share and Enjoy

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *