Lambrusco e biodiversità: a Enologica la forza dell’Emilia Romagna

I polpastrelli afferrano delicatamente la fetta di prosciutto crudo, la pongono controluce per permettere agli occhi di analizzarne i riflessi, la accompagnano all’ombra del naso per consentire alle narici di fornire il loro contributo e, infine, la stendono come un lenzuolo sulla lingua. Il giornalista Ole Udsen è un wine blogger danese che affronta l’atto della degustazione con una concentrazione che lambisce il raccoglimento religioso: “Non sono mai stato a Bologna – spiega in un perfetto italiano – Quando svolgo le mie ricerche, atterro in aeroporto, noleggio un’auto e vado in campagna, ma devo dire che questa volta è stata davvero una bella sorpresa”. A sorprendere Udsen è stata la diciassettesima edizione di Enologica, la fiera del vino emiliano romagnolo, che si è tenuta dal 21 al 23 novembre nelle sale del Palazzo Re Enzo, nel cuore del capoluogo felsineo. Grazie alla partecipazione di 126 produttori, il vino si è fatto ambasciatore delle eccellenze regionali con stampa estera e buyer stranieri. “Enologica è un racconto delle nove province dell’Emilia Romagna”, spiega Giorgio Melandri, curatore della kermesse da otto edizioni. “Grazie al supporto di narratori e cuochi, cerchiamo di fornire un ritratto complessivo della nostra terra, che ha un potenziale inedito di contenuti, prodotti e una rete diffusa di ristoranti di alta qualità. Qui – sottolinea – si mangia bene in generale e non c’è bisogno di andare in un tre stelle”.

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L’altezza delle volte di Palazzo Re Enzo amplifica i rumori e la luce di fine novembre inebria i riflessi rubini di sangiovesi, lambruschi e gutturni danzanti nei calici dei visitatori. Ai produttori poche possibilità di personalizzazione degli stand, con utilizzo dello stesso “banchetto” di legno per tutti. Se da un lato c’è l’intenzione da parte dell’organizzazione di fornire un racconto corale e di comunità grazie a queste scelte, dall’altro c’è anche l’esigenza di comunicare un territorio estremamente variegato: “La mia idea – commenta Pierluigi Sciolette, presidente dell’Enoteca Regionale dell’Emilia Romagna – è che questa regione abbia avuto un’immagine non sempre all’altezza e sia spesso apparsa molto frammentata. Lungo la via Emilia, ci sono tanti scrigni da aprire, ogni trenta chilometri ci sono diversità uniche in termini di vini e di prodotti DOP. Su questo noi vogliamo puntare per far sì che la regione diventi attrattiva dal punto di vista turistico”.

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L’obiettivo è ambizioso, ma non impossibile, e può essere raggiunto grazie a mirate opere di comunicazione e marketing. Su quest’ultimo fronte, l’Enoteca Regionale interviene per sopperire alle mancanze strutturali di piccoli e medi produttori che non hanno le spalle sufficientemente ampie per aggredire i mercati esteri. “Su 30 buyer stranieri intervenuti a Enologica – spiega Ambrogio Manzi, Direttore Progetti ed Eventi – 23 provengono da Stati Uniti, America Latina, Russia e Sud Est Asiatico. Il nostro obiettivo? Creare grandi opportunità commerciali”. Sul fronte delle pubbliche relazioni, invece, grande spazio è stato riservato ai giornalisti provenienti dall’Unione Europea, come il sopra citato Udsen, con l’organizzazione di press tour dedicati: “Perché prima ancora del prodotto vino – aggiunge Manzi – devi vendere un territorio che sa offrire tanto in termini di cultura e turismo”.

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A livello turistico, l’Emilia Romagna non deve essere obbligata a dipendere dalla movida rivierasca estiva, ma deve accorgersi dello stupore suscitato dalle valli e dai propri paesaggi. Si può parlare di toscanizzazione? “La Toscana è una regione economicamente più povera della nostra – analizza Manzi – ma ha saputo svolgere una sapiente opera di marketing. Noi abbiamo tratti più variegati in termini di offerta e per questo dobbiamo venderci meglio”. Oltre a Enologica, l’Enoteca Regionale si impegna in decine di altre manifestazioni in Italia e all’estero che fanno ben sperare in termini di risultati: “Oggi le nostre aziende vendono di più all’estero – racconta Manzi – abbiamo diversi vitigni che, di anno in anno, danno vini di qualità sempre crescente”. È risaputo, il Lambrusco è il vino più venduto al mondo, ma tuttora deve fare i conti con un’opinione generale non felicissima. “Come si fa a comunicarne la qualità? Per affermare un’idea diversa di questo vino bisogna fare in modo che marketing e studio del prodotto continuino a operare insieme. Vent’anni fa, veniva commercializzato un prodotto dolce, amabile, vinificato in bianco e di bassa qualità. Oggi, si cerca un vino secco, di livello superiore e questo prodotto deve essere accompagnato da un’adeguata opera di informazione”.

A testimoniare questo cambio di passo ci sono le guide: quest’anno, il Gambero Rosso ha assegnato ben cinque Tre Bicchieri ad altrettanti Sorbara, varietà tipica della Bassa Modenese. Del resto, anche il wine blogger Ole Udsen non ha dubbi: “Il mio vino preferito è il Lambrusco. Vado matto per il metodo ancestrale, ma apprezzo anche i frizzanti fatti bene”.

Gabriele Casagrande

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