Cronaca (semi-seria) di una degustazione

Quando si parla di Piemonte, si parla soprattutto di vino.
E quando si parla di vino del Piemonte si parla del Barolo, prodotto dall’alone quasi mistico sia per gli intenditori che per i non addetti ai lavori.
Ma quando si comincia a fare sul serio, chi conosce veramente la materia non può fare a meno di citare Barbaresco, Roero, Gattinara, Ghemme e Boca.


“Va beh…i fratellini sfigati del Barolo” direte voi, che non riuscite a distinguere un Vernaccia di San Gimignano da una Vernaccia di Serrapetrona.
“Eh no!” vi rispondo io, che almeno so che una delle due vernacce è bianca (quella di San Gimignano).
Questa è solo una delle cose che ho imparato sul vino in questi pochi mesi di Master al Gambero Rosso grazie ad un mentore, che risponde al nome di Paolo Zaccaria; è lui che, dopo aver spiegato in classe il Piemonte vitivinicolo, ci ha condotti dalla teoria alla pratica, accompagnando parole e spiegazioni a sorsi (finalmente) consapevoli.

Un bel tavolo grande, undici calici, grissini all’olio per ammazzare l’alcool quel tanto che basta per essere puliti nel caso la Stradale quella sera abbia deciso di essere lì per voi, bella compagnia, un simposiarca e si va.

Sabbia. Fortunatamente non nel bicchiere. IMG-20140212-WA0009
La sabbia è quella del Roero, riva sinistra del Tanaro; il Roero Audinaggio ’07 di Cascina Ca’ Rossa è fine, elegante e profumato di fiori (secchi); è sapido e ben definito, merito degli oltre 50 anni di età dei vigneti da cui nasce; invece il Roero Printi Ris. ’01 di Monchiero Carbone sembra più materico e possente; è levigato e setoso e a differenza del precedente, proviene da terreni marnosi simili a quelli del Barbaresco.

E proprio quest’ultimo è il protagonista della serata, che assaggiamo in cinque delle sue espressioni.
Del Canova ’06 di Ressia, purtroppo non possiamo parlarne: si è perso tra la polvere; Albesani ’06 di Cantina del Pino, invece, è in forma; ha un tannino quasi irriverente; forse la IMG-20140212-WA0011maturità smorzerà questo difetto di “gioventù”. Rombone ’06 di Fiorenzo Nada e Vanotu ’06 di Pellissero sono entrambi vini discreti, ci sono il sottobosco e le spezie, ma il primo, come dichiara un mio amico, “ha dei tannini da rapina a mano armata” (leggi aggressivi), il secondo è sgraziato e concentrato come un Leopardi sulle sudate carte; Rabajà ’04 di Castello di Verduno è il fuoriclasse vero che esce alla fine della partita, è compatto ma elegante, sapido e succoso e ha delle piacevolissime note di liquirizia che donano una discreta freschezza.

Ora Boca: l’analogia con la squadra di calcio argentina potrebbe portare a qualche equivoco; ma è certo che rimaniamo in Piemonte, su terreni ghiaiosi, dove nascono le vigne di Christoph Kunzli che ci dà quel gran vino che è il Boca ’05 di Le Piane: una spada, affilata e potente,di estrema raffinatezza.
Grintoso e teso come la più classica delle corde di violino il Bramaterra I Porfidi ’05 di Sella, fitto nella sua trama tannica e molto lungo, un piccolo gioiello enoico che il tempo non potrà che migliorare.
Infine Gattinara: Riserva ’04 di Giancarlo Travaglini; al naso è  un pò ferroso e rugginoso ma in bocca è teso, dritto e rombante e fila che è un piacere.

Coup de théatre.IMG-20140212-WA0018
La voglia del mentore/simposiarca di saziare la nostra sete (di apprendimento), ci ha portato direttamente al 1986, quando Maradona scomodava Dio per segnare un goal all’Inghilterra; davanti a noi un Ghemme Collis Breclemae ’86 di Antichi Vigneti Cantalupo, un vecchietto ancora in forma, al naso poco chiaro, ma con un’acidità che sostiene una struttura tannica che non sgrana neanche un pò.

William Pregentelli

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