Autunno

Finalmente l’avevano ucciso.
Erano consapevoli del rischio corso, ma altrettanto consapevoli della necessità del gesto.
Se fossero stati scoperti, probabilmente sarebbero stati impiccati; nella migliore delle ipotesi avrebbero perso una mano.
Erano sudati nonostante il freddo autunnale e il crepuscolo che li circondava; e per la fatica e l’eccitazione della lotta.
E la gioia della conquista.
Avrebbero dovuto agire velocemente e senza errori per non essere scoperti; avrebbero seguito il sentiero nel bosco che conoscevano meglio e che li avrebbe riportati direttamente alle loro case.
Non potevano passare per il villaggio; tutti si sarebbero insospettiti nel vederli con un grande fagotto in spalla, durante una fredda serata di novembre.
Non erano mai stati poveri ma ora la fame li aveva spinti a tanto; l’anno precedente il raccolto era stato scarso; ma ancor peggio, l’estate appena passata era stata così piovosa che le messi, seppure abbondanti, erano marcite sui campi.
Non mangiavano carne da più di sei mesi; non potevano permettersi nemmeno le frattaglie che i macellai, vista la crescente richiesta, non scartavano più, ma anzi mettevano ad un prezzo alto quasi per tutti.
Per questo i due fratelli avevano deciso di cacciare il cinghiale.

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Avevano notato la piccola stradina tra l’erba alta che l’animale, probabilmente insieme ai suoi piccoli, aveva lasciato, quando di notte, dalla propria tana, si recava a cercare cibo.
Sapevano che non potevano cacciare la bestia, che pur non appartenendo a nessuno, era di proprietà del signore di quelle terre.
Ma volevano regalare una gioia alle loro famiglie; volevano tornare a vedere il sorriso sulle facce delle loro mogli e dei propri figli, ormai consunte dai morsi di una fame sempre crescente, che non poteva più essere saziata da bacche, erbe e radici.
Ma non volevano accontentarsi, forse presaghi di un funesto destino; desideravano qualcosa di grande, di eccezionale, qualcosa che somigliasse ai banchetti descritti dai clerici vagabondi che di tanto in tanto avevano ascoltato nella piazza del villaggio e che parlavano di banchetti succulenti, alberi di salsicce e montagne di formaggio.
La moglie del più giovane dei due fratelli aveva prestato servizio presso la casa di un’anziana signora una volta benestante che era stata consumata velocemente da una febbre vorace; nella dispensa ormai visitata solo dai topi, durante una fugace visita notturna testimoniata solo dalla luce di una candela di sego, si era procurata una carota molliccia, un sedano che era stato verde, qualche grano di quello che sembrava pepe, mezzo fiasco di un liquido che ricordava il vino e che ora sembrava aceto, del grasso di maiale, giallastro, rancido e mordicchiato dai roditori; sotto una specie di armadio impolverato, scheggiato e sghembo, aveva visto spuntare un escrescenza verde chiaro che sbucava da una cipolla; sopra un ripiano invece c’erano una decina di involucri violacei raggrinziti che avvolgevano ormai a stento i noccioli di alcune prugne.
Il giorno successivo aveva staccato qualche foglia da un alloro, sotto il quale, nei periodi estivi, si riposavano dalla fatica della mietitura.

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Aveva cucinato quel pasto con entusiasmo, consapevole di avere una grande responsabilità nei confronti della sua famiglia; e dalle facce di suo marito, dei suoi figli, del cognato e dei nipoti si era accorta di aver fatto un buon lavoro, nonostante gli ingredienti andati a male e nonostante uno strano calore che, partendole dal petto, la soffocava e la affaticava e le faceva percepire un freddo intenso tutt’intorno.
Quella carne, che qualche giorno prima era la fibra vitale di un animale coraggioso e pericoloso, si era trasformata in bocconi morbidi e saporiti, dal gusto selvatico, ma smorzato dall’acidità del vino acetico, ingentilito, quasi nobilitato, dalla grazia dell’alloro, e addolcito dallo zucchero della polpa evaporata delle prugne.
Di lì a pochi giorni la peste li avrebbe sterminati tutti; non aveva mai assaggiato il pepe; ne aveva solo sentito parlare e ne ricordava la descrizione; e quando aveva provato a schiacciarlo sotto i denti nella dispensa della vecchia signora, non sapeva che quello era il risultato della digestione di topi infetti. Se ne andò per prima.
Era il 1348.

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Cinghiale con le prugne

Ingredienti: 1 kg di polpa di cinghiale; 3 carote; 3 coste di sedano; 2 cipolle; 1 cucchiaino di pepe in grani; 1 rametto di timo; qualche foglia di alloro; qualche foglia di salvia; 4 chiodi di garofano; qualche bacca di ginepro; 1 rametto di rosmarino; 200 gr di prugne secche denocciolate; 2 l di vino rosso; mezzo bicchiere di aceto di mele; olio extravergine di oliva; sale.

Preparazione: tagliare grossolanamente la carota, il sedano e la cipolla, disponendoli in una casseruola con la polpa del cinghiale ridotta in piccoli pezzi; dopo aver aggiunto il pepe, il timo, l’alloro, la salvia, i chiodi di garofano, il ginepro, e il rosmarino, bagnare e immergere il tutto nel vino rosso, lasciando riposare per almeno 8 – 10 ore. Tritare finemente sedano carota e cipolla e far soffriggere in abbondante olio extravergine d’oliva. Dopo averla sgocciolata, aggiungere la polpa al soffritto e lasciare rosolare bene la carne, poi sfumare il tutto con mezzo bicchiere di aceto di mele. Una volta evaporato l’aceto, filtrare bene il liquido della marinata e unirlo alla carne; lasciare cuocere a fuoco lento per circa 2 ore aggiustando di sale; infine, aggiungere le prugne e proseguire la cottura per altri dieci minuti.

William Pregentelli

disegni: Valentina Spina – studioinverso.com

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