La signora di Barivecchia: istantanea di un vicolo

Mi sono sempre chiesta perché tutte le città di mare non abbiano lo stesso profumo. Esso varia di stagione in stagione, ma come le sfumature di un unico colore. Bari non saprei di che colore sia, so solo che le sue sfumature, quelle le conosco bene.

Faccio pensieri del genere e nel frattempo i polpastrelli prendono un colore sempre più sanguigno. La strada sconnessa mi sembra quella giusta. Un inaspettato Vinicio Capossela risuona da una finestra  al primo piano “ Ma vai, tu vai”, e con un sorriso da ebete procedo a passo spedito nel vicolo senza una vera e propria meta; oggi ho deciso di fare il giro lungo. Ogni tanto è necessario.

Barivecchia a dicembre è bella da far paura, puoi diventarci scemo.  Il bianco delle chianche risalta quel poco di cielo che è possibile scorgere al di là dei fili dei panni appesi ad asciugare. E l’aria profuma di detersivo.  Però non fai in tempo a fissarlo questo odore che, girato l’angolo, subito si mischia ad un altro altrettanto intimo, quello dei pentoloni di sugo che ribollono dal sabato sera e ti svegliano la domenica a colazione. Io questo odore nella mente lo collego al tintinnio delle barche nel porto, ai gabbiani che volano in alto e a delle mani, le mani della signora Angela.

A Bari le signore sono solo signore, sembrano non avere nomi propri, un’identità ben definita. Per me però ce n’è una sola.

Ormai quasi settant’anni ed è una star, non esiste trasmissione su Bari che non la veda protagonista almeno di un’inquadratura; e lei adesso un po’ lo sente il peso della sua celebrità, infatti si sforza di parlare in italiano. Abita sotto l’Arco Piccolo in un “basso”, quella linea interminabile di porticine che danno direttamente sui vicoli. In ogni casa si accede da un basso, che di solito è la sala da pranzo, e le porte sono un po’ complementi d’arredo perché non servono, sono sempre aperte. Camminare per i vicoli è uno zapping sui canali delle loro tv, dal calcio alle telenovelas; di tanto in tanto si sentono urla in dialetto dal piano di sopra perché sono tutte sviluppate in altezza. Mi piace guardarci dentro. Sulle pareti o sulle madie ricoperte dai centrini si sussegue una sfilza di foto familiari incorniciate rivolte verso l’esterno, quasi  sapessero di essere costantemente sbirciate.

Casa di Angela è così, essenziale, tutta rivolta verso la tv al plasma, l’unico oggetto con meno di cinquant’ anni. Accanto alla porta, sulla strada, c’è il suo banchetto con il setaccio e l’immancabile sedia di legno. Il San Nicola dell’edicola di fronte, illuminato dal cero rosso, sorveglia il suo lavoro per tutto il giorno, non la scruta, la conosce. E Dalle otto di mattina la strada è tutta sua, è sola con un mattarello, la massa e il suo coltello. Angela va. Taglia e arriccia, taglia e arriccia, taglia e arriccia. La sua vita ha un ritmo incessante e nel frattempo tutto scorre intorno a lei. “ Va a pigghj’ u latt da Colìn” dice al figlio appena sveglio, “controllisc’ u sug” impartisce alla nuora. Angela da seduta potrebbe controllare l’intero quartiere. I suoi occhi sono attenti a tutto ciò che succede e non guardano mai la massa. A quella ci pensano le mani. Mani possenti, ruvide, callose, la lavorano con una naturalezza inconsapevole, la plasmano con violenza materna fino a renderla simile alla sua stessa pelle. Mi piace guardarla lavorare, e ogni qual volta un passante rivolge in suo sguardo verso di lei si impettisce, prende un atteggiamento più serio e puoi sentirla dire “ giovane le vuo’ le recchiette ?” scandisce le parole, si sforza di dargli un tono solenne. Angela vuol essere la Signora, la Signora di Barivecchia. E quando a sera finisce con le orecchiette affronta la vita come sul setaccio, le sue azioni sono meccaniche ma morbide, i suoi occhi sono presenti ma lontani, forse lontani anche da quel vicolo, in un’altra strada che non ha mai visto, ma Angela sono sicura saprebbe dominare anche quella.

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Antonella  Maragliulo

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