Curve e Tannini: visita alla Falesco

Sono le dieci di sabato mattina. La nebbia è ancora fitta e l’autista del pullman guida spedito sulla piccola strada piena di curve. Sento gli “oooh” dei miei compagni di viaggio e li vedo attaccati ai finestrini mentre ammirano le vigne. Io dovrò aspettare per meravigliarmi: ho il mal d’auto. Finalmente arriviamo. Scendiamo. Camminiamo svelti. Raggiungiamo l’Azienda Falesco.

Una pianta colpisce la mia attenzione. C’è una targa di legno con un’incisione: “Vite Madre 1963”.

Ci accoglie Roberto Muccifuori, l’enologo che lavora come braccio destro delle due anime dell’attività, Renzo e Riccardo Cotarella. I due fratelli hanno preso le redini della piccola azienda familiare nel 1979 e l’hanno trasformata in un’impresa di successo imponendosi, a livello nazionale e internazionale, come wine maker ed enologi formidabili.

Vista dei vigneti dall’Azienda Falesco

 

La visita parte dal vigneto che si trova davanti alle porte dell’azienda. C’è chi in giardino ha le margherite e chi le vigne. C’est la vie. Proseguiamo il nostro tour e arriviamo alla zona di ricezione e lavorazione delle uve. “Il vino è un progetto; e lo spumante è ancora più progetto del vino”. Con queste parole Roberto ci spiega la filosofia dei fratelli Cotarella e dell’Azienda intera: attenzione al territorio, innovazione tecnologica e sperimentazione.

Ci spostiamo nella zona della vinificazione, uno dei processi più delicati del passaggio dall’uva al vino. “Un mosto che fermenta è come un bambino appena nato; cambia continuamente”. I mosti si testano tutti i giorni, più volte al giorno, per due mesi. L’assaggio è una parte fondamentale del processo di vinificazione perché, nonostante la tecnologia all’avanguardia, solo il palato umano è in grado di capire che strada prenderà un vino.

Sempre più curiosi passiamo davanti alla zona dedicata all’appassimento delle uve, ma non possiamo entrare. La stanza è chiusa ermeticamente e non saremo certo noi a rovinare il Pomele e il Passirò. Il corridoio che ci porta alla zona dello stoccaggio è pieno di fotografie. Ci spiegano che la Falesco è molto attenta alla parte del marketing. Ogni anno, per esempio, viene organizzata una “vendemmia in costume” che, come un tuffo nel passato, vede l’uva trasportata dai buoi e la pigiatura con i piedi. Tra i progetti più interessanti ci sono numerosi eventi, come quello di quest’anno in onore della 20° vendemmia del Montiano, vino di punta dell’azienda realizzato con il 100% di Merlot.

Cantina della Falesco

Cantina della Falesco

La zona dello stoccaggio è divisa in due. Al piano superiore avviene l’affinamento del vino in acciaio; sotto i nostri piedi, nella barriquaia, l’affinamento del vino avviene in legno. Non vedo l’ora di ammirare le 900 barrique che ospitano i vini più pregiati. Devo sgomitare un po’ tra i miei compagni, ma alla fine riesco a stare davanti per sentire la spiegazione. Siamo 7 metri sotto terra, la temperatura è di 17° fissi e il tasso di umidità del 70% viene confermato da i miei capelli ricci. In cantina sono tenuti anche gli spumanti, realizzati sia con il Metodo Classico sia con il Metodo Charmat, come l’Anita, spumante 100% Aleatico prodotto in onore dei 150 anni dell’Unità d’Italia.

Lo stomaco brontola, sono le 13:30. Il pranzo è servito in cantina e accompagnato dai vini della Falesco. Immancabili il Poggio dei Gelsi, l’Est! Est! Est! (bianco tipico di Montefiascone) e il Montiano, fiore all’occhiello di Riccardo Cotarella che “avrebbe messo il Merlot anche nel cappuccino”. Ebbri e sazi usciamo dalla cantina. Il sole ci scalda e illumina le vigne che si estendono per 350 ettari tra l’Umbria e il Lazio, tra il Lazio e l’Umbria. Me ne torno sul pullman felice e con qualche bottiglia che non ho resistito a comprare.

Le tortuose curve della strada del ritorno sono piacevolmente morbide, come i tannini del Tellus 2009.

 

 

 

Camilla Di Felice

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