La cucina futurista… Ma non troppo!

Metti un’insalata poliritmica o una vivanda magica dell’ortotattile. Sembra l’incipit del menu/degustazione del nuovo ristorante di Cracco, eppure è stato pensato più di cento anni fa… e non da Cracco.

1909: Filippo Tommaso Marinetti e Luigi Colombo, alias Fillìa, eminenze del futurismo italiano ed europeo, decidono che è ora di dare un nuovo volto alla cucina italiana. E lo fanno ben prima dello chef parigino Jules Maincave, storico autore del manifesto “La cuisine futuriste” del 1913.

Marinetti e Fillìa scrivono “la Cucina Futurista”, un ipotetico e provocatorio punto di non ritorno. Non più cibo per nutrirsi, ma un’esperienza completa, che prescinda da forme, pesi, misure e convenzioni statiche. Il cibo deve coinvolgere i sensi, l’ambiente circostante, stravolgere ogni concezione data per scontata sino ad allora. L’obiettivo è risvegliare la voluttà del palato di uomini e donne, generando una continuità tra il gusto e la modernità di una vita ormai decisamente troppo veloce per permettersi alimenti che appesantiscano corpo e mente.

A fare le spese di questa rivoluzione, fino al 1930 solo teorica, sarebbe stata la pasta, alimento bandito dal Manifesto della Cucina Futurista e definita vivanda passatista e in grado di appesantire e abbrutire la mente. Sembra di sentire echi dei dietologi moderni. Ma siamo agli albori del secolo scorso.

E’ il 15 novembre del 1930 quando al ristorante Penna d’oca di Milano, gestito da Mario Tapparelli, viene ideato il primo vero menu futurista, concepito come un aerobanchetto e servito su tavoli inclinati, coperti da rovaglie di alluminio. Il piacere tattile prelabiale si trova tutto nel gustare nuovi sapori, ma senza l’ausilio delle posate. Possibilmente accompagnati da musica e poesia.

Sono passati quasi cento anni da quel banchetto. Allora si cercava di slegare il cibo dalla sua mera funzione di nutrimento con geniali provocazioni e suggestioni dal gusto tanto avventato quanto invitante. Siamo andati così oltre come crediamo?

Allora proviamo a chiudere gli occhi e immaginiamo di gustare quel menu, in ordine rigorosamente sparso:

“Oca grassa – Gelato nella luna – Lacrime del dio “Gavi” – Brodo di rose e sole – Favorito del mediterraneo, zig, zug, zag – Agnelli arrosto in salsa di leone – Insalatina all’alba – Sangue di bacco in “terra di ricasoli” – Rotelle tempiste di carciofo – Pioggia di zuccheri filati – Schiuma esilarante “cinzano” – Frutta cotta nel giardino d’Eva”.

Buon appetito!!

Alessio Noè

 

 

 

 

 

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One thought on “La cucina futurista… Ma non troppo!

  1. Andrea scrive:

    Ciao, sono uno studente di Linguaggi dei media presso la Cattolica di Milano. Il mio sogno sarebbe quello di diventare giornalista enogastronomico, ed il master del GR era tra le mie opzioni per l’anno prosismo. Volevo sapere da voi qualche impressione dei primi mesi sulla validità del corso, sull’interesse, sullo svolgimento delle lezioni, insomma tutto ciò che avete da dirmi!

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